'Ci aspettiamo una condanna pubblica, chiara e senza ambiguità da parte delle associazioni venatorie'
Legambiente e Lipu della Valle d'Aosta intervengono sulle tre denunce per bracconaggio scattate recentemente nei confronti di tre valdostani accusati di aver cacciato e ucciso uno stambecco.
"Ci aspettiamo una condanna pubblica, chiara e senza ambiguità da parte delle associazioni venatorie, del Comitato regionale per la gestione venatoria e delle istituzioni politiche regionali", affermano in una nota congiunta Gianpaolo Fedi e Anna Rita Parlagreco, rispettivamente presidente di Legambiente Valle d’Aosta e delegata Lipu Aosta". Non sarebbero sufficienti generiche prese di distanza dal bracconaggio: occorre affermare con decisione che comportamenti di questo tipo sono incompatibili con qualsiasi forma di gestione responsabile della fauna selvatica".
L'episodio è "grave", aggiungono le due associazioni ricordando il ritrovamento nel congelatore di uno dei tre denunciati di un esemplare di marmotta, altra specie protetta insieme allo stambecco.
"Ciò che colpisce, e che sembra emergere da questi comportamenti, non è soltanto la violazione delle norme, ma soprattutto la concezione della fauna selvatica: animali considerati come oggetti a disposizione dell'uomo da abbattere, sezionare e trasformare eventualmente in trofei. Serve forse rilevare che ogni animale selvatico ha un proprio ruolo nell'ecosistema? Non è una risorsa di cui l'uomo possa disporre arbitrariamente".
"Le associazioni venatorie, che frequentemente rivendicano il proprio ruolo nella difesa della biodiversità e nella tutela degli equilibri naturali, hanno oggi l'occasione e il dovere di dimostrare concretamente la coerenza delle proprie dichiarazioni", aggiungono Legambiente e Lipu.
"Desideriamo infine esprimere un sincero apprezzamento per la professionalità e l'efficacia dell'intervento del Corpo forestale della Valle d'Aosta - concludono -, che ha permesso di documentare l'accaduto. Auspichiamo che le autorità competenti adottino tutti i provvedimenti previsti dalla legge, soprattutto quelli relativi alle licenze venatorie, perché la biodiversità non si difende soltanto a parole".
Elena Giovinazzo