Una radiografia della sanità valdostana: intervista al commissario dell'Azienda Usl


Pescarmona: nessun accorpamento di Psichiatria a Ivrea. E sul 2019 sono cautamente ottimista

 

Pescarmona

Dottor Pescarmona, ieri in conferenza stampa ha presentato un bilancio del 2018 dell'Azienda sanitaria. Tra gli altri dati è emerso un calo degli investimenti da parte della Regione del 60 per cento.
«Quella percentuale è riferita al calo degli investimenti ispetto agli anni d'oro, il 2012 in particolare che è stato l'ultimo anno delle "vacche grasse", diciamo così».

Il calo delle risorse da allora è stato graduale?
«E' stato abbastanza repentino tra il 2013 ed il 2014, poi si è stabilizzato».

Che conseguenze hanno queste riduzioni ad esempio sui macchinari sanitari?
«Al momento non è successo niente di grave. Il ragionamento fatto in occasione della conferenza stampa è questo: abbiamo un parco attrezzature del valore di acquisto attuale di 45 milioni e lo standard, condiviso a livello di conferenza Stato-Regione, è che le apparecchiature sanitarie hanno una vita media di circa otto anni. Sarebbe quindi consigliabile avere disponibili 6 milioni all'anno per sostituire le apparecchiature e mantenere efficiente e nuovo il parco attrezzature. Però, con una adeguata manutenzione, in questi anni non abbiamo mai ridotto il parco attrezzature. Abbiamo anche optato per soluzioni diverse all'acquisto, ad esempio l'affitto del robot chirurgico Da Vinci deciso dopo la riduzione delle risorse. Di questi robot ce ne sono uno Aosta e tre in tutto il Piemonte».

Cos'è questo robot Da Vinci?
«E' una apparecchiatura che si usa in sala operatoria per eseguire interventi. Il chirurgo non usa più le mani e il bisturi per incidere e tagliare bensì lo fa utilizzando un joystick da una cabina distante qualche metro dal paziente e collegato ad un sistema di movimenti molto raffinato. Ciò riduce il rischio di infezioni ospedaliere e assicura esiti migliori soprattutto per quanto riguarda l'urologia. Con questo sistema computerizzato, il rischio di danni collaterali si riduce in maniera molto significativa».

Parliamo delle liste d'attesa per l'erogazione delle prestazioni. Nel tempo si sono allungate con visite che in alcuni casi vengono fissate anche a distanza di un anno. Cosa sta accadendo?
«Ai problemi complessi non c'è risposta semplice. Direi che le origini del "male" su alcune specialità (ortopedia, diagnostica, psichiatria, allergologia ecc) risiedono nella cattiva programmazione universitaria che fa specializzare un numero di medici inferiore rispetto a quelli che vanno in pensione. Ogni tre che vanno in pensione se ne specializza uno e ciò fa mancare certe figure. Questo ci pone nella condizione in cui, quando facciamo i concorsi, o non si presenta nessuno oppure chi si presenta lo fa anche in realtà a lui più vicine e, quando deve decidere se venire in Valle d'Aosta o rimanere sotto casa, sceglie di rimanere sotto casa. Anche l'uscita dal piano di rientro della Regione Piemonte non ci aiuta. Nei cinque anni in cui il Piemonte aveva il blocco parziale dei turn over, quindi non era nelle condizioni di assumere, chi era di Torino si accontentava di venire in Valle d'Aosta. Il Piemonte ora ha riaperto i rubinetti, copre il turn over al 100% e cerca in più di recuperare la perdita di professionisti negli anni scorsi. La Lombardia anche assorbe medici e noi siamo diventati un po' meno attrattivi in una situazione complessiva di carenza generale su alcune specialità.
Poi, come detto anche in conferenza, la questione non si risolve solo dal lato dell'offerta perché, dal lato domanda, abbiamo un consumismo sanitario. Mediamente ogni valdostano fruisce di 17 prestazioni sanitarie all'anno contro una media nazionale di 12. E' così necessario che ciascun valdostano richieda il 50 per cento di prestazioni specialistiche in più rispetto ai piemontesi? Nemmeno abbiamo aspettative di vite più lunghe, anzi è il contrario: i vallegiani vivono un anno e mezzo in meno dei piemontesi pur curandosi molto di più. Intendiamoci: non è colpa del cittadino, è questione di una cultura dell'utilizzo dei servizi che deve cambiare piano piano. Bisogna convincere i cittadini che quando ad esempio si ha il mal di schiena, come ce l'ho io, può bastare prendere un antidolorifico anziché fare Tac e risonanza magnetica. Invecchiamo tutti e non possiamo certo ritornare giovani».

Parliamo di psichiatria, un reparto che presto potrebbe scendere a cinque medici. Si parla di un accorpamento con Ivrea: ci sarà nel 2019?
«Mi sento decisamente di dire che non c'è nessun accorpamento e la Psichiatria della Valle d'Aosta conserverà la sua autonomia. E' vero però che i medici vanno via e che ai concorsi partecipano in pochi. Le faccio l'esempio di Torino, città che ha un'unica Asl, che ha fatto un concorso circa sei mesi fa per 14 assunzioni e ha una graduatoria da 27 psichiatri. Pensavamo di usare quella graduatoria, abbiamo fatto scouting e visto che questi psichiatri non hanno interesse a diventare dipendente a tempo indeterminato qui in Valle».

A proposito di concorsi che vanno deserti, tra le motivazioni vengono citate ci sono gli scarsi incentivi professionali ed economici. Come si pensa di sopperire?
«Nel più ampio discorso sul finanziamento alla sanità esistono le risorse aggiuntive regionali per le libere professioni. Erano 4,5 milioni di euro nel 2012 che sono diventati 1,6 milioni nel 2018. Questi sono i soldi da dare ai medici che accettano turni aggiuntivi rispetto all'ordinario orario di lavoro con retribuzione a 60 euro lordi l'ora. C'è stata la riduzione significativa, ma per il 2019 è stato annunciato dal nuovo assessore Baccega una inversione di tendenza con l'aggiunta di mezzo milione. Non torniamo evidentemente ai livelli del 2012, ma almeno iniziamo a mettere un piccolo segno "più". Agli psichiatri per esempio possiamo chiedere ore e turni in più retribuendoli 60 euro all'ora.
Torniamo alla mancanza di medici di Psichiatria. Il problema può essere risolto con due soluzioni concrete ed una è la convenzione con Ivrea. Questo non vuol dire che mandiamo il paziente ad Ivrea, bensì che alcuni psichiatri si sono detti disponibili a stiuplare una convenzione per venire da noi a fare turni aggiuntivi prevalentemente notturni, sul territorio e in ospedale, così da dare respiro ai nostri medici. Stiamo poi valutando (ma bisognerà fare la gara e tutto l'iter) di ricorrere a cooperative di medici che operano prevalentemente nell'Italia Nord orientale, specialmente in Veneto, che offrono medici neo specializzati o in quiescenza di psichiatria o di specialità affini a tariffe anche più basse dei 60 euro l'ora. Con questi due strumenti, la convenzione con Ivrea e le cooperative di medici, faremo in modo che i 5/6 medici strutturati in Valle, contro i 12 di una volta, possano essere coadiuvati e non chiudere dei servizi».

Parlando della fuga di medici...
«Questa affermazione la contesto. Si parla di fuga di medici, ma nel confronto tra i medici in servizio al 31 dicembre 2012 ed 31 dicembre 2018 c'è stato un calo di sole sei unità».

Se il calo è stato di sole sei unità, come mai molti lamentano servizi che soffrono? E quale politica secondo lei potrebbe ripristinare una normalità di servizio ad esempio in radiologia e medicine d'emergenza.
«Parliamo di campi completamente diversi. Su Radiologia, bisogna ragionare sul fatto che la specialità sta cambiando. Una volta Radiologia lavorava a favore delle altre branche specialistiche ospedaliere mentre ora - e ciò non solo ad Aosta ma un po' d'appertutto - esiste la Radiologia interventistica che svolge quindi attività una volta effettuate esclusivamente da altri professionisti. Pur essendoci lo stesso numero di radiologi abbiamo le liste d'attesa perché i professionisti si concentrano anche su nuove attività che sono connaturate all'evoluzione di quella specialità. Non hanno quindi più tutto il tempo di una volta per dedicarsi all'attività istituzionale.
Sull'emergenza vale invece più che altrove il problema degli specializzati in calo. A livello ospedaliero e territoriale c'è poi sempre più richiesta di anestesisti ed emergenzialisti. La loro presenza è richiesta un po' d'appertutto».

La soluzione al problema potrebbe essere la stessa indicata per Psichiatria?
«Incrementare la risorse aggiuntive regionali fa bene a tutti. Nell'utilizzare il mezzo milione in più prediligeremo ovviamente le specialità dove c'è maggiore bisogno. Non distribuiremo quei fondi a pioggia».

Lei è ottimista per il 2019?
«Sono ottimista, anche se il mio è un cauto ottimismo, per tre ragioni diverse. La prima è che il 2019 è un anno in cui l'Azienda parte con un assetto organizzativo finalmente definito e completo in tutti i suoi nodi (tutti i primari nominati e tutte le posizioni organizzative al loro posto dal 1° gennaio 2019) e questa è una condizione preliminare per aggiustare il tiro laddove ci siano delle problematiche. Inoltre dà speranza l'inversione di tendenza da parte della Regione che dopo anni inverte la rotta e fa crescere, anche se limitatamente, le risorse aggiuntive. Terzo, nel 2019 potrebbe concretizzarsi la proposta presentata al tavolo Stato-Regione di aprire i concorsi e far lavorare gli specializzandi all'ultimo anno. Se questa novità entrasse in vigore, consentirebbe a due leve di specializzandi di entrare insieme nel sistema lavorativo e coprire meglio i buchi conseguenti alla quiescenza».

Ieri in una intervista ha detto che si è trovato bene in Valle d'Aosta e che parteciperà al concorso per il nuovo direttore dell'Azienda Usl valdostana.
«Come in tutti i concorsi, vince sempre il migliore. Se sarà io il migliore lo vincerò io, e se lo sarà qualcun altro vincerà qualcun altro».

Cos'è che le piace di più della Valle d'Aosta?
«Mi è sempre piaciuto lavorare in Aziende sanitarie non ospedaliere perché integrano ospedale e territorio. Mi piace il fatto che qui ci sia ancora tanta strada da fare in questo settore. Siamo ad uno step di prestazioni ospedaliere ancora troppo elevate e con un territorio che deve crescere tanto nel farsi carico delle criticità. Dobbiamo renderci autosufficienti e c'è la possibilità di fornire servizi sotto casa, soprattutto sulle cronicità, e di rendere un po' meno cruciale l'ospedale. Nell'ultimo incarico della mia vita professionale mi spiacerebbe cercare di attuare questo sogno. Devo poi dire che sono stato colpito favorevolmente dal clima. Frequentavo la montagna d'inverno per andare a sciare, ma questo autunno è stato tiepido e asciutto. Si vive molto meglio da un punto di vista climatico qui in Valle che in padania, dove c'è più umidità».

 

Marco Camilli

 

 

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