Valle d'Aosta, 'ndrangheta e politica: a volte ritornano


Valle d'Aosta, 'ndrangheta e politica: a volte ritornano

AOSTA. « Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole. C'è forse qualcosa di cui si possa dire: “Guarda, questa è una novità”? Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno preceduto. » Così sta scritto nel libro del Qoèlet al capitolo 1 versetti 9 e 10 (per chi non lo sa il Qoèlet è uno dei libri sapienziali della Sacra Bibbia).

Ieri a Torino al termine dell'udienza preliminare del processo Geenna, un avvocato ha svelto ciò che da qualche tempo era solo un sussurro, una paura. In Geenna ci sono altri indagati, persone di peso politico, e c'è l'ombra degli interessi della ‘ndrangheta anche nella Regione.

E' un atto a sorpresa quella della D.D.A. nuovi elementi scaturiti da una delle figlie di Geenna, una nuova indagine sulle ultime elezioni regionali. Segnali c'erano stati: come le dichiarazioni stampa del sindaco di Aosta Centoz il quale alla notizia della conclusione dell'iter della commissione antimafia aveva puntato il dito, o quanto meno aveva dato questa impressione, sulla giunta regionale. Il Presidente/prefetto aveva pubblicamente avvisato i prossimi amministratori che “amministrare sarà sempre più difficile” a causa del fiato sul collo della Corte dei Conti, si era dimenticato della D.D.A. 

Eppure come dice il saggio Qoèlet: “non c'è niente di nuovo sotto il sole”.

Era l'estate del 1991 quando Natale Jamonte, a capo di una delle cosche più potenti della ‘ndrangheta, incontrava a Melito Porto Salvo esponenti politici della Regione: il vice-presidente illo tempore del Consiglio Regionale della Valle D'Aosta Edoardo Bich, l'allora assessore al commercio- turismo- attività produttive- Polizia Urbana della Giunta regionale valdostana Giovanni Aloisi e l'allora consigliere regionale della medesima amministrazione Pasquale Tripodi. Nell'indagine Lenzuolo i Carabinieri scrivevano: «… l'episodio non può non indurre la valutazione della possibilità che lo Jamonte stesse cercando di infiltrare gli apparati politico amministrativi della Regione Autonoma Valle d'Aosta, per tentare anche qui le operazioni che gli erano riuscite coll'amministrazione comunale di Desio (MI)… ». Quindi l'aggressione, perché aggressione forse è meglio collaborazione, è un fatto che risale a 28 anni fa. L'11 marzo 1993 Augusto Rollandin e Giovanni Barocco erano arrestati su ordine del Tribunale di Aosta insieme a Francesco Raso da Saint-Vincent, meglio conosciuto come Ciccio Raso. I Carabinieri scrivevano: «…tutti indagati per violazione delle leggi elettorali, per avere i primi due, (Rollandin e Barocco, n.d.r.) candidati nelle liste dell'Union Valdotaine nelle consultazioni elettorali del 30/31 maggio 1993 per il rinnovo del consiglio della Regione Autonoma Valle d'Aosta, allo scopo di assicurarsi il “pacchetto di voti” gestito dal terzo, (Raso, n.d.r.) promesso al medesimo di far conseguire e poi effettivamente fatto conseguire a persone da lui indicate impieghi pubblici e privati.

I fatti per i quali il Raso, con sentenza del G.I.P. di Aosta in data 29 febbraio 1996, esecutiva il 24/09/1996, è stato condannato alla pena di mesi 5 e giorni 10 di reclusione e 50.000 Lire di multa, assumono valenza in questa sede proprio per la ritenuta capacità dell'anziano ebanista calabrese Francesco Raso di influenzare un rilevante numero di preferenze elettorali: vero è che egli da tempo si interessava di politica e già nel 1978 faceva parte del comitato direttivo della federazione regionale valdostana del Partito Socialista Italiano, ma non può non evidenziarsi come nelle informazioni rese il 23 novembre 1993 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Aosta il collaboratore di Giustizia Salvatore Caruso indicava Francesco Raso quale esponente della ‘ndrangheta in Valle d'Aosta. »

Per ora non si vuole fare dell'archeologia giudiziaria, anche perché a volerla fare si troverebbero interessanti reperti da esporre in un museo virtuale che sarebbe necessario perché la memoria va mantenuta altrimenti si rischia che i fatti si ripetano.

Abbiamo letto le solite frasi di circostanza: “ho fiducia nella giustizia”, anche noi abbiamo fiducia nella giustizia perché quella sulla politica si è incrinata. La speranza non è sul fatto che chi ha sbagliato paghi, ma che le nuove leve non siano allievi di coloro che hanno spalancato le porte alla criminalità organizzata perché come disse un comandante al saluto di commiato: « So che qualcuno di voi è contento che io me ne vado. Tranquilli sulle poltrone cambiano i culi ma le teste rimangono».

 

 

Cesare Neroni

 

 

 

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