Regione: le politiche sociali allo sbando

 

Non sempre il piccolo è bello e nemmeno si può tollerare che lo status di “regione autonoma” possa legalizzare un conclamato abuso, quotidiano, dei diritti dei cittadini meno tutelati, denunciato da anni dalla nostra associazione e da quei legali che, prima di tutto, rispettano l’etica professionale. La giustizia (non solo quella dei tribunali), però, non sempre antepone il diritto ai solleciti richiami del mondo politico - falsamente proposti e ritenuti solo di natura culturale – che, troppo spesso, coincidono con fini puramente di convenienza, per tutti.

Meraviglia non poco la consolidata consuetudine degli organismi regionali valdostani, che, contravvenendo ai doveri istituzionali, ignorano gli abusi che avvengono nel variegato (leggasi clientelare) mondo dei servizi sociali, lasciati alla discrezionalità degli assessori alla Sanità, salute e politiche sociali, che, negli ultimi decenni, si sono susseguiti. Le rare eccezioni sono solo sporadiche rondini che non fanno primavera. L’arroganza del potere dei servizi sociali pubblici è notorio e l’apparato politico, con la sua prassi clientelare, che travolge anche l’opposizione, non ha mai messo mano (come chiede la legge) alla riforma di una struttura pubblica, discriminante nei confronti dei comuni cittadini che non hanno santi in paradiso. E’ il caso del vasto e drammatico mondo dei separati e dei minori, talvolta sottratti ai genitori per porli in “chiacchierate” e incontrollate case famiglia e/o comunità, talvolta gestite da strutture che di pubblico e sociale non hanno nulla.

L’arroganza dei gestori dei servizi sociali non è altro che la concretizzazione di quella degli amministratori e delle forze politiche regionali, che, aldilà delle facili parole, hanno tutto l’interesse a non contrariare chi, oltre ai servizi al cittadino, forniti troppo spesso in modo discriminatorio, gestisce il sottobosco clientelare, foriero di voti alle elezioni. Gli amministratori regionali che gestiscono le politiche sociali, da cui dipendono gli operatori socio-sanitari, non hanno interesse a far funzionare nel giusto modo questo vasto settore e nemmeno i partiti e i consiglieri regionali hanno alcun interesse ad opporsi senza strategie equivoche a consolidati ed inaccettabili abusi noti a tutti. Le stesse denunce dei cittadini discriminati non trovano accoglienza nel mondo politico (a cui compete controllare) e negli amministratori e dirigenti, che i controlli dovrebbero predisporre e intensificare dopo le preoccupanti segnalazioni-denunce dei cittadini discriminati.

In verità, l’interesse delle istituzioni c’è e si manifesta nell’invitare (diciamo pure imporre) “l’utente/elettore che protesta” a non rivolgersi alla nostra associazione e ai cinque legali convenzionati (con tariffe fortemente contenute), che operano da anni presso il tribunale di Aosta. Questi non aderiscono al “bonario” modo di gestire le controversie, alimentate dalla mancata accettazione dei diktat dei servizi sociali, degli accordi extra-aula giudiziaria e del capestro protocollo sulle spese straordinarie, sottoscritto (indebitamente ed arbitrariamente) dai giudici e dagli avvocati, con la tassativa esclusione dei genitori/utenti, cioè degli unici chiamati a parlare dei propri figli. Se l’invito non viene accettato, per il malcapitato genitore le cose si complicano.

Chiediamo, in modo chiaro, che si facciano degli accertamenti sulla gestione dei servizi sociali e sulle tentate interferenze del potere degli amministratori, dei politici, opposizioni incluse, e dei servizi sociali nel discriminare tanti cittadini separati e di chi difende i loro diritti negati. Anzi, facendo clamorosi autogol, i legali convenzionati con la nostra associazione, che hanno espresso valutazioni negative sulle relazioni di parte dei servizi sociali, sulle quali i giudici, spesso acriticamente, emettono provvedimenti, sono stati sottoposti a procedimento disciplinare presso il consiglio distrettuale di disciplina dell’Ordine degli avvocati di Torino, che ha archiviato la loro posizione (senza aprire la fase “processuale” del procedimento disciplinare) perché l’esercizio del diritto di critica fa parte dell’esercizio del diritto della difesa. Anche questa prassi dovrà essere sottoposta ad accertamenti, perché danneggia i cittadini abusati.

In tutto questo discutibile mondo c’è anche il contributo, non disinteressato, di troppi avvocati che non amano discutere e sottoscrivere le parcelle preventivamente concordate con il cliente, come legge vuole, e dichiarare per intero le somme percepite. I legali sono i professionisti che evadono di più e le nostre denunce pubbliche non hanno coinvolto chi, al contrario, aveva il dovere di fare accertamenti.

Torniamo a chiedere con insistenza:

  1. l’istituzione di un registro pubblico o, comunque, aperto ai genitori coinvolti (senza la comunicazione al contro interessato dell’istanza di accesso agli atti, che può essere tranquillamente superata con la istituzione di una banca dati on line, accessibile con lo spid), sia direttamente che per i loro figli (basta associare i relativi codici fiscali e far fare i relativi controlli direttamente ad un programma informatico), di tutti i finanziamenti elargiti dalla regione e dagli altri enti pubblici ai genitori separati;
  2. la obbligatorietà della comunicazione automatica del contributo erogato ad ambedue i genitori;
  3. eliminazione dell’erogazione di tali contributi alla discrezionalità, spesso non disinteressata, dei servizi sociali e disporre un vincolante regolamento per l’assegnazione di qualsiasi contributo;
  4. allontanamento degli operatori che assegnano contributi e agevolazioni ad un solo genitore, senza rispettare le pari opportunità di ambedue i genitori;
  5. espellere dal servizio chi formula relazioni discriminatorie verso il genitore non collocatario, che, poi, portano a provvedimenti fuorvianti dalla realtà;
  6. pubblicare in modo permanente (o comunque accessibile a chi ne fa richiesta) tutti i bandi con cui si assegnano il servizio di mediazione familiare, l’incarico di amministratore di sostegno (non si comprende perché debba essere uno solo e, per di più, dipendente regionale), rendendo pubblici i compensi annualmente percepiti, talvolta oltre lo stipendio di base;
  7. formulare una graduatoria regionale di mediatori familiari e di amministratori di sostegno per permettere ai giudici e ai diretti interessati la possibilità della scelta;
  8. totale e immediata revisione del bando pubblico della graduatoria per l’accesso alle c.d. “case di edilizia popolare”, prevedendo, per i genitori non collocatari, la detrazione totale delle somme versate per i figli e riservando loro il 30% dei posti, come si incomincia a fare in tanti altri enti locali italiani;
  9. affidare i minori sottratti alla famiglia o a un genitore a case famiglia e/o comunità in base al loro statuto o regolamento, alla competenza professionale di tutti gli operatori socio-sanitari che vi lavorano, ai risultati dei sistematici controlli che l’ente pubblico è tenuto ad effettuare, ai costi giornalieri che l’ente pubblico deve sostenere;
  10. stabilire una tabella vincolante dei costi giornalieri che l’ente locale deve pagare per ciascun minore ospitato – e, eventualmente, per il genitore – per bloccare possibili favoritismi e/o speculazioni.

I partiti di maggioranza continueranno a tacere – ma chi tace si nasconde alle giuste denunce dei cittadini – ma, almeno le opposizioni, i loro capi-gruppo e i singoli consiglieri ci dovranno pur dare una risposta, altrimenti condividono l’operato (forse, anche negligente) della maggioranza. Per aiutarli, noi proponiamo loro di organizzare un pubblico confronto con la partecipazione di tutti, nessuno escluso.

 

Ubaldo Valentini, presidente dell’Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps)
Per contatti e interventi di risposta: tel. 347.6504095, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo., www.genitoriseparati.it.

 

 

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