Lavoro, passa un emendamento contro le dimissioni in bianco

AOSTA. Fra i principi che dovranno ispirare la delega Lavoro, il governo dovrà prevedere anche modalità per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco.

Lo prevede un emendamento del Pd (il 3.32) approvato dalla commissione Lavoro del Senato. Secondo la modifica dovranno essere trovate "modalità semplificate per garantire data certa nonché l'autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore in relazione alle dimissioni o alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, anche tenuto conto della necessità di assicurare la certezza della cessazione del rapporto nel caso di comportamento concludente in tal senso del lavoratore". In pratica, evitare che il dipendente possa essere costretto a firmare le dimissioni all'atto dell'accettazione del lavoro, consentendo così che vengano riempite in un secondo momento a discrezione del datore. Come? Attraverso una data certa non falsificabile, ad esempio attraverso moduli con numeri progressivi e data di scadenza entro pochi giorni. "È un segno di civiltà", commenta la senatrice Pd Maria Grazia Gatti, prima firmataria dell'emendamento.

"Il licenziamento mascherato da dimissioni, specie in caso di maternità, è un ricatto che pesa ancora sulle spalle delle donne che lavorano nel nostro Paese - aggiunge la dem Rita Ghedini, anche lei firmataria dell'emendamento -. Questa norma consentirà di combattere uno dei fenomeni più odiosi contro l'occupazione femminile".

In realtà l'introduzione dei moduli a numerazione progressiva era già previsto da una legge varata dal governo Prodi nel 2007 poi cancellata l'anno seguente dal governo Berlusconi. Durante l'esecutivo Monti il ministro Elsa Fornero aveva poi introdotto l'istituto della convalida: un meccanismo ex post che prevede la conferma delle dimissioni con un questionario presso l'Ispettorato del lavoro, in modo da capire la reale intenzione del lavoratore di lasciare l'impiego. Ma senza risultati significativi, visto che dall'entrata in vigore solo in qualche decina di casi è stato riconosciuto l'abuso.

 

Clara Rossi

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