Ora facciamo chiarezza su nomine e compensi di mediatori familiari ed amministratori di sostegno

 

La mediazione familiare è un istituto che, se ben gestito, ha un ruolo importante nell’affido dei minori per ridurre la conflittualità tra i genitori, alimentata, purtroppo, da provvedimenti ingiusti e discriminatori dei tribunali nei confronti del genitore non collocatario e per la scarsa propensione dei giudici nel concedere l’affido condiviso paritario, che porterebbe al mantenimento diretto dei figli, eliminando le ingiustizie economiche.

L’utilizzo che ne viene fatto, però, spesso aggrava la situazione dei minori, quando finisce la convivenza dei genitori, poiché la nomina è politica e non tiene conto della reale (cioè, nei fatti) professionalità che dovrebbe avere chi aspira a ricoprire tale ruolo. Anzi, spesso, durante le sedute di mediazione – e senza alcun ritegno – si fa propaganda politica personale per ottenere un posto alla regione e/o all’ente locale.

Gli accordi raggiunti sono, quasi sempre, discriminatori verso il genitore perdente, leggasi il padre, obbligato sempre solo a pagare e, di fatto, senza la certezza del rispetto del suo diritto alla cogenitorialità e del diritto alla bigenitorialità per i figli. Gli accordi sono quasi sempre identici e in linea con la prassi giudiziale del tribunale. Accade, soprattutto in passato, che, se un padre rivendicava i propri diritti genitoriali, veniva subito frenato dal mediatore familiare, spaventandolo per il fatto che se non avesse accettato le “sue” indicazioni, che sono quelle volute dai giudici, andrebbe incontro a pesanti conseguenze. Siamo in presenza di una condotta illecita (sia sul piano amministrativo che disciplinare che penale) e di possibili intimidazioni.

La mediazione, dinnanzi alla faziosità dell’organismo e alla mancanza di oggettività, alimenta la conflittualità genitoriale e viene sovente rifiutata da uno dei genitori. Nonostante ciò, per anni, si è continuato con metodologia alquanto discutibile e sono continuate le promesse “elettoralistiche” da parte dei responsabili del servizio, pagato – e bene - con i soldi pubblici.

Una prassi, denunciata dalla nostra associazione a seguito delle innumerevoli segnalazioni ricevute, che è stata totalmente ignorata dalla Regione, che finanzia questo organismo e senza tener conto dei tanti professionisti titolati ad esercitare questa funzione.

Rivolgiamo alla Regione VdA – inutilmente, perché è un consolidato muro di gomma – la richiesta della trasparenza, sia nel reclutamento dei professionisti con bando pubblico che preveda le modalità operative, le qualifiche specifiche e la retribuzione degli operatori, sia con la istituzione di una specifica graduatoria a cui possano attingere il tribunale e i genitori, sia nella stesura di un regolamento per la gestione di questa specifica e delicata funzione, sia sui costi sostenuti annualmente dall’ente pubblico per erogare un servizio, che, stando ai fatti, risulta fallimentare e non riscuote la fiducia dei genitori che non convivono più. Gli operatori devono essere pagati per ogni singola prestazione e non incaricati (di fatto) a tempo pieno dall’ente locale. Non è vero quello che denunciamo da tempo? Si faccia un accertamento anonimo per una valutazione di merito fra coloro che sono stati indirizzati o meglio “obbligati” dal tribunale a rivolgersi alla mediazione familiare e, così, si smonterebbe una istituzione che, di fatto, non serve a nessuno, se non al genitore collocatario.

Il ruolo d’amministratore di sostegno per i minori e per i figli maggiorenni non sempre autosufficienti, nelle separazioni e non solo, viene sistematicamente ricoperto da un funzionario della regione, che assiste un gran numero di cittadini valdostani. Quello che non convince è la linea diretta servizio sociale e assessorato regionale alla sanità, salute e politiche sociali, che “impongono” l’amministratore di sostegno “regionale” e il tribunale avalla, scavalcando altre soluzioni, quali i familiari e/o parenti dell’amministrato, come abitualmente avviene, e che il giudice dovrebbe prendere in considerazione, soprattutto quando esiste una specifica richiesta dei familiari.

L’amministratore di sostegno è una figura particolare che deve riscuotere il consenso dei familiari dell’assistito, i quali devono avere la possibilità di scegliere, una volta rifiutato o mancante la nomina di uno di loro, tra quelli disponibili in Valle. Non può esistere un amministratore di sostegno “unico” regionale ed escludere sia altre soluzioni che la possibilità di scelta. C’è da chiedersi, poi, chi controlla il suo operato, quante persone assiste e, soprattutto, quanto costa all’erario pubblico.

Da qui la necessità di rivedere il tutto, nel rispetto della Trasparenza e del cittadino, sia da parte del tribunale, che dovrebbe prevedere un elenco di titolati amministratori di sostegno, che della regione VdA, fra cui si possa scegliere di volta in volta.
Abbiamo il diritto di sapere quanti sono i cittadini seguiti dall’amministratore unico regionale, quanto percepisce, nulla escluso, sia per ogni incarico e sia ogni anno, essendo pagato con i soldi di tutti e le ragioni per cui la regione stessa non preveda, con pubblico bando, un elenco di amministratori di sostegno a cui attingere.

Ciliegina sulla torta. In una situazione, l’amministratore di sostegno della regione – il cui decreto di nomina è stato impugnato (per vari motivi) e, ora, il procedimento pende innanzi alla Corte d’Appello – non ha prodotto in tribunale l’inventario che dovrebbe essere depositato entro i sessanta giorni dalla nomina: è una facoltà, un mero errore o una condotta illecita, caratterizzata da dolo?

 

Ubaldo Valentini, presidente Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori (aps)
(Tel 347.6504095 – E-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

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