I figli non sono un alibi per il padre omicida

 

L’omicidio resta un omicidio, anche quando la vittima è una madre e/o una compagna, anche quando ci sono i figli da affidare per la fine della convivenza e chi lo commette deve subirne tutte le conseguenze con una condanna netta, certa e piena. In questi giorni, i media ripropongono il caso del padre di Anguillara che ha ucciso la moglie "per non perdere l'affidamento di mio figlio", come ha raccontato al gip di Civitavecchia, spiegando che l'aggressione mortale sarebbe avvenuta proprio durante un litigio sulla questione legata al figlio, nell'ambito della separazione che era in corso. Una chiara strategia difensiva per vedersi ridotta, la sanzione per un atroce atto di follia, tanto più che c’era di mezzo un figlio da tutelare e non lo si tutela uccidendo la madre.

Il femminicidio non può avere scusanti, perché è un atto incomprensibile e ingiustificabile, soprattutto quando c’è un bambino da tutelare, e il mancato ritegno di questo padre è molto grave, ma non può coinvolgere il figlio, perché, a suo dire, sarebbe stato affidato alla madre. Nell’affido dei minori, al termine della convivenza, se non ci sono motivi di pericolosità per il minore, prevale la modalità dell’affido congiunto, che garantisce al genitore non collocatario l’esercizio della propria genitorialità. Se, quel padre, temeva l’affidamento del figlio nel procedimento di separazione, vuol dire che aveva paure, reali o indotte, a causa di carenze genitoriali personali, ma non comprendeva che uccidere la madre del figlio (con 23 coltellate, cercando di disintegrarne il cadavere) è l’opposto di amare ed educare il minore e, quindi, non si comprende come avesse potuto pretendere l’affido del figlio. Queste c.d. scusanti aggravano, come è giusto, la posizione di quel padre che, a quanto appare, ha ucciso la moglie per altre ragioni, oggi negate, ma non per tutelare un suo diritto di affido del figlio, come il suo legale vuol far credere. Ad un padre che ragiona e si comporta così, si deve togliere la responsabilità genitoriale e al minore deve essere ridata serenità e prospettive esistenziali per il futuro.

L’affido dei figli quando finisce la convivenza è una preoccupazione che coinvolge tanti genitori, che temono la mancanza di continuità esistenziale con loro e che, a loro volta, sono vittime di una cultura punitiva nei confronti del genitore non collocatario, quasi sempre il padre, il quale si trova impotente, perché inascoltato e vittima di un sistema socio-giuridico che non tutela, nei fatti e nei provvedimenti emessi, la bigenitorialità e la cogenitorialità. Questa cultura negativa della genitorialità, indubbiamente, crea sfiducia nelle istituzioni, che non garantiscano le pari opportunità genitoriali, il rispetto di ambedue i genitori e, cosa molto grave, non tutelano il superiore interesse dei minori. La sfiducia nelle istituzioni, alimentata dal comportamento discriminante di certi magistrati e, in modo palese, dei servizi sociali, può indurre ad atteggiamenti distruttivi dei genitori che temono la discriminazione e la perdita dei figli. La reazione, molto spesso, però non va verso l’eliminazione con metodi barbari dell’altro genitore, ma, al contrario, verso il suicidio, molto spesso mascherato per non lasciare ai figli un brutto e disonorante ricordo di un gesto estremo.

Di questi casi, inaccettabili perché i figli hanno bisogno di ambedue i genitori, i media non ne parlano, mentre, al contrario, occorrerebbe aprire un pubblico dibattito, perché un figlio orfano per colpa delle istituzioni è un figlio privato della gioia di poter crescere con ambedue i genitori, costretti, quando non lo fanno spontaneamente, a fare il genitore come è loro dovere.

Il problema dei suicidi del genitore meno presente nella vita dei figli, spesso mascherati per amore verso di loro, che non possono frequentare, va affrontato seriamente e con urgenza, perché i figli orfani di un genitore per scelte burocratiche non saranno mai tutelati nella loro positiva crescita e nel rispetto dei loro diritti. Per farlo, è necessaria una diversa giustizia e un diverso ruolo dei servizi sociali, più competenti, meno arroganti, meno discriminanti a causa della indiscussa adesione alle ideologie di genere, che sono, in definitiva, la fonte della discriminazione.

Comunque, il padre di Anguillara non dimostra di aver chiaro quale sia il ruolo dei due genitori ed ha sfogato sulla moglie tutto il suo odio e la sua incapacità ad amare veramente il figlio, a cui nessuno aveva chiesto di sopprimere, con barbare modalità, la madre. Il figlio non può stare con chi lo considera un oggetto della sua incapacità genitoriale e, forse, anche della sua instabilità mentale, che, comunque, non può costituire un ulteriore alibi per nascondere la sua malvagità e ridurre la pena.

La cultura del cattivo affido va affrontata dalla società, dalla politica e da tutti coloro che possono tutelare la genitorialità di ambedue i genitori, anche dopo la fine della convivenza. Il clima di diffidenza verso le istituzioni non può essere incrementato con provvedimenti che, purtroppo, nulla hanno a che vedere con la bigenitorialità e con il rispetto dei diritti dei minori.

 

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