L’evolversi della vicenda dei tre minori abruzzesi tolti ai genitori con un provvedimento del Tribunale per i minori de l’Aquila - provvedimento condannato non solo dalla maggioranza degli psicologi, pedagogisti e sociologhi italiani, ma, soprattutto, dagli esperti chiamati a verificare lo stato psichico dei tre minori, relegati in una casa famiglia che, senza titubanze, hanno chiesto l’immediato ricongiungimento dei figli ai genitori - evidenziando, con la loro relazione-sentenza, le responsabilità esplicite dei servizi sociali e la superficialità dei giudici minorili, che, con troppa leggerezza, o, come alcuni affermano con una possibile incapacità professionale, hanno tolto i figli ai genitori, perché, a loro dire, non collaborativi con l’assistente sociale e perché, nonostante la legge lo preveda, non mandavano i figli alla scuola pubblica, vivendo in una casa nel bosco secondo propri principi culturali che trasmettevano ai figli.
I genitori non erano degli sprovveduti, come qualcuno ha tentato di affermare, e la professione della madre e dei congiunti, della nonna materna (docente universitaria di psicologia) lo attestano, ma la stretta coalizione nel thema decidendum tra servizio sociale e giudici non ha permesso di consultarli, perché avrebbero messo in crisi una consolidata prassi operativa, che, nel tempo, come da noi evidenziato anche nella stampa abruzzese, si ripete senza che nessuno (C.S.M. ed ente locale e i politici che li gestiscono e da cui dipendono i servizi sociali ed a cui compete il controllo) prenda i dovuti provvedimenti di competenza.
Le vittime sono i minori, coinvolti in questa loro cattiva gestione della giustizia minorile, ed i loro genitori, resi impotenti da provvedimenti che potrebbero risultare iniqui per la formazione dei tre minori, con la consapevolezza che, però, nessuno pagherà l’eventuale danno esistenziale a questi minori, che vivevano bene con i propri genitori ed erano dagli stessi educati alla vita.
Quest’anno, inoltre, ricorre il trentesimo anniversario del suicidio del prof. Antonio Sonatore, padre separato, a cui il tribunale di Aosta aveva sospeso anche la potestà genitoriale, che il 7 aprile 1996, giorno di Pasqua, si è dato fuoco per protesta contro i giudici, dinnanzi al tribunale di Aosta, che, stando alla copiosa documentazione esistente, l’aveva privato – secondo noi, ingiustamente – del diritto di frequentare la figlia.
I servizi sociali, con la preoccupante vicenda abruzzese e con il simile comportamento assai diffuso in tutta l’Italia, invece, di tutelare i minori nel loro diritto inalienabile alla bigenitorialità, li privano, di fatto, di un genitore e, al tempo stesso, il genitore non collocatario (il 94% sempre il padre) viene ignorato nelle sue risorse educative e formative, privandolo sia della bigenitorialità che della cogenitorialità. E’ appurato che, nell’affido dei minori, al termine della convivenza dei genitori, questa struttura socio-politica non assolve alla tutela dei minori, per superficialità, spesso per incompetenza professionale nonché per una intollerabile boriosità ed arroganza verso i minori stessi e verso il genitore più debole, per la radicata discriminazione del padre.
Le lobby (comprese le forze politiche) che affiancano o sfruttano i servizi sociali condizionano il loro operato impongono loro una miriade di presenze in cerca di occupazione, spesso del tutto incompetenti, che, a vario titolo e con fallimentari iniziative, li affiancano con mansioni non sempre professionali (un corso preparatorio, arruffato, di poche ore non può dare una professionalità che richiede profonda conoscenza della psicologia minorile e relazionale, ma anche conoscenza della sociologia), che gravano sulle casse pubbliche di noi cittadini italiani. Gli amministratori dell’ente locale, da cui i servizi dipendono, non solo non impongono un regolamento operativo, come prevede la legge 241/90 e ss.mm. e ii., ma si guardano bene dall’effettuare i dovuti controlli sul loro operato, sempre come la legge impone loro, e, dinnanzi alle denunce del genitore vittima degli abusi dell’apparato dei servizi sociali, tergiversano o emettono provvedimenti farsa, perché non possono andare contro gli assistenti sociali spesso loro serbatoio di voti e quindi sono una proficua risorsa elettorale. La Valle d’Aosta, con l’assessore competente, ma assente, ne è un eloquente esempio. I voti alle elezioni, per la politica, sono più importanti delle esigenze dei minori e del genitore estromesso dalla loro vita.
Il servizio sociale non è attendibile, anzi talvolta è dannoso, nella tutela dei minori e nella tutela anche del genitore collocatario, perché fortemente condizionato dall’ideologia di genere, succube delle femministe, e della presenza (mai disinteressata per i risvolti economici) condizionante e falsificante lo stato delle cose, gestita da movimenti e associazioni che vivono per discriminare, quasi sempre, la figura maschile e che, spesso, guidano, assistono e consigliano la madre a denunciare il padre, con accuse del tutto infondate, che vengono convalidate dalle relazioni discriminanti dell’assistente sociale che, guarda caso, tacciono sulle segnalazioni paterne.
Il tribunale ha le proprie responsabilità in questo regime di giustizia ingiusta, perché, quando il giudice dà ai servizi sociali il mandato esplorativo sui genitori e sui minori oggetto di affido, dovrebbe formularlo in modo chiaro e vincolante sulle risposte da dare al giudice a cui esclusivamente spetta il diritto-dovere della decisione, soprattutto dovrebbe pretendere il regolamento operativo da parte del servizio e, in caso di non esistenza, dovrebbe vincolare l’incarico a regole ferme per il rispetto dei diritti dei minori e dei genitori, sulla trasparenza e sull’accesso immediato agli atti per garantire un vero contraddittorio.
Il giudice non può e, quindi, non deve, delegare l’assistente sociale a prendere provvedimenti che, al contrario, per legge, spettano solo a lui, poiché il servizio sociale deve riferire al magistrato, ma non prospettare soluzioni che sono di competenza esclusiva del giudice, come più volte ha ribadito anche la Cedu nelle varie condanne per inadempienze al governo italiano. Le decisioni, pertanto, tutte e nessuna esclusa, spettano al giudice, ma non all’assistente sociale.
Questa confusione di ruoli, da una parte, soddisfa la sfrenata presunzione di molti assistenti, che, avendo letto un libro sui minori, si ritengono competenti a deliberare sulla loro vita, ma è funzionale al giudice, che, così, non deve leggere gli atti, nè documentarsi sull’affido dei minori, nè leggere i complessi fascicoli del procedimento. La sua decisione, inoltre, può essere ritenuta sempre una diretta conseguenza del parere (decisioni?) contenute nelle relazioni del servizio sociale che, così, viene scaricata sulla struttura incaricata di indagare sulla situazione dei genitori e dei minori. Le richieste del genitore non collocatario quasi sempre vengono non considerate e, talvolta, anche punite con l’addebito delle spese di controparte a carico di chi si è rivolto al tribunale per avere giustizia.
Il tribunale, anche quando è piccolo, deve garantire una sezione efficiente e competente per deliberare in modo equo sull’affido dei minori e sul rispetto della bigenitorialità e della cogenitorialità. Una sezione con personale professionalmente preparato è un diritto non solo dei minori e dei loro genitori, ma dell’intera società, che necessita di giovani sereni e formati ai valori etici e civili. I reclami e le istanze di modifica dei provvedimenti, infine, non possono essere esaminati da chi li ha emessi, che, ovviamente, talvolta potrebbe non essere disposto a rinnegare le proprie precedenti decisioni. Anche questo aspetto è di rilevante importanza per combattere la giustizia ingiusta che predomina, purtroppo, in molti tribunali italiani.
I fatti della famiglia abruzzese non possono lasciarci indifferenti, se riteniamo intoccabile il principio secondo cui i figli hanno diritto di stare con i loro genitori, eventualmente aiutandoli a fare i genitori, e non sono una proprietà dello Stato e tantomeno dei servizi sociali impreparati e/o di magistrati sbrigativi.
La giustizia ingiusta esiste e la società la sperimenta ogni giorno nella indifferenza del CSM e della politica, che, invece, dovrebbero richiamare alle responsabilità (anche economiche) chi la provoca.
Ubaldo Valentini
pres. Associazione Genitori Separati per la Tutela dei Minori(aps)
tl. 347.6504095,


