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Il grido di dolore di pazienti, malati e lavoratori della sanità della Valle d'Aosta

Ore di attese al pronto soccorso, reparti chiusi, personale che manca. Tanti problemi e un unico responsabile: la politica


"Urlo"

Questo articolo nasce dalla disperazione dei famigliari e degli amici di un paziente che, portato in ambulanza al pronto soccorso di Aosta con difficoltà respiratorie e dolori diffusi, si è visto assegnare un codice bianco ed è rimasto per ore e ore in attesa di attenzione. Un paziente che assume psicofarmaci e che, dopo otto lunghe ore, ha spontaneamente lasciato il pronto soccorso senza che nessuno gli avesse prestato cure o attenzione.

Alle rimostranze dell'amico che lo ha raggiunto fuori dall'ospedale e di fronte alle minacce di far pubblicare sui giornali quanto accaduto, una infermiera ha risposto semplicemente: «bene, così la gente conoscerà in quale inferno siamo costretti a lavorare».

Quello che ha vissuto questo paziente non è un caso isolato.

Torniamo quindi a parlare, ancora una volta, di come la sanità valdostana sia diventata un fortino svuotato. Gli operatori sanitari fuggono in cerca di posti di lavoro con trattamenti economici migliori, maggiori possibilità di fare carriera grazie alla meritocrazia e, la cosa forse più importante, un ambiente di lavoro sereno. Gli unici che rimangono ben saldi al loro posto sono gli interessi politici. 

È facile individuare il motivo in cui tutto questo è cominciato. Perché se è vero che pandemia ha dato il suo contributo, è altrettanto chiaro che il "cancro" di questa sanità allo sbando è una classe politica valdostana che da decenni considera l'assegnazione di incarichi come un puzzle da completare a proprio uso e consumo. È un "vizietto" questo che non riguarda certo solo la sanità perché in tante altre situazioni (e certo non solo in Valle d'Aosta) le posizioni di vertice sono assegnate per mantenere equilibri politici e non per sola competenza. Gli altri settori tuttavia non sono stati sottoposti al terremoto Covid nel modo in cui lo è stato la sanità.

La pandemia con i suoi scossoni ha portato alla luce la vera e drammatica situazione, esasperando i problemi che esistevano già da tempo. Solo che prima persone non competenti messe nei posti giusti potevano nascondere tutto sotto al tappeto del "va tutto bene". Ora quel tappeto non c'è più. Rimangono carenze di personale, concorsi che vanno a vuoto, personale fresco di assunzione che fa i bagagli poco tempo dopo essere entrato in servizio. Rimangono utenti che stanno male in attesa per otto ore al pronto soccorso. Rimangono ricoveri sospesi, reparti chiusi e, in quelli aperti, federe utilizzate al posto degli asciugamani che non ci sono e parenti dei degenti che devono portare da casa i farmaci e fornire persino la carta igienica.

Tutto questo è in capo ad un'unica figura: l'assessore regionale alla sanità. L'attuale assessore Roberto Barmasse è in carica da meno di due anni, ma è il "generale" in questa guerra per difendere il diritto alla salute. Spesso i generali che passano alla storia sono quelli che decidono di scendere in prima linea insieme alle loro truppe. Stare insieme ai pazienti e ai sanitari per un solo giorno, per otto ore, potrebbe aiutare a rendere chiaro anche al "generale" quale sia esattamente la situazione tanto per i pazienti quanto per i lavoratori.

Questa è una "brutta" guerra che si combatte e si vince in prima linea, non restando dietro a una bella scrivania seduti su una comoda poltrona.

 

 

Marco Camilli

 

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