Intervista a una madre inghiottita nel pozzo del disagio mentale del figlio

«Mio figlio, come tutti, merita di avere il supporto necessario. Chiedo che non sia lasciato da solo»

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Anita (nome di fantasia) si presenta davanti a me aggrappandosi alla speranza che un grido di dolore lanciato attraverso il nostro quotidiano possa aiutare lei e suo figlio. Questa è una storia molto complicata e difficile da gestire anche in una regione dove la sanità e i servizi sociali sono in condizioni ottimali. In Valle d'Aosta tuttavia la sanità e i servizi sociali sono agonizzanti e il solo pensiero di confrontarsi con queste strutture può diventare un incubo.

In questa intervista non indicheremo nomi né riferimenti identificativi. Speriamo che gli "addetti ai lavori" si confrontino con la loro coscienza e con la loro professionalità per aiutare sia questo ragazzo bisognoso di aiuto, sia una madre preoccupata che desidera, per il figlio e per se stessa, sicurezza e tranquillità.

M. Suo figlio ha 22 anni, non è una persona interdetta, ma secondo lei ha bisogno di aiuto. Da quando ha incominciato a rendersi conto che suo figlio aveva delle difficoltà?
«Era piccolino, 3 o 4 anni, e io mi accorgevo da certi atteggiamenti che qualcosa non andava. Mi dicevo: "se esiste la depressione nei bambini piccoli, questo bimbo è depresso". Dopo aver compiuto sei anni sono emerse difficoltà per ogni cosa che fosse un cambiamento. Anche lieve, per qualsiasi cosa che potesse accadere nella giornata. Se lui è in grado di sopportare i cambiamenti è una persona splendida ed è molto intelligente, ha grandi capacità intuitive e una particolare vena umoristica. Il problema sorge quando non ha l'energia per affrontare il cambiamento: viene "invaso" dal suo disturbo, al punto per esempio di non cambiare mai le scarpe, anche quando diventano troppo piccole per il piede. Indossa sempre le stesse calzature che sia inverno o estate, con la pioggia, la neve o il sole. Oppure, se è abituato a fare la colazione con la tazza blu, cambiando la tazza non fa più colazione. Quando sono emerse difficoltà di questo tipo ho coinvolto la psicologa del distretto per farlo vedere quando era a scuola».

M. Cosa accadeva a scuola?
«Come rendimento, alle elementari e alle medie è sempre stato molto bravo. Per aiutarlo ad affrontare i cambiamenti l'ho accompagnato alle scuole medie prima di frequentarle e ho avvertito la psicologa allo sportello spiegandole la situazione. Lei si è presentata a mio figlio dicendogli di farsi vedere se avesse avuto bisogno di qualcosa. Quando frequentava le medie, lui non ha mai mangiato in mensa o assieme ad altri perché non doveva toccare cose che lui non conosceva, in palestra non riusciva a mettersi una tuta diversa e, se spostavano i banchi, lui andava a ritrovare il "suo" e lo rimetteva a posto».

M. Il vostro medico all'epoca come era intervenuto?
«Il nostro precedente medico di base, che adesso non c’è più, aveva capito la situazione e aveva provato in vari modi ad avvicinarsi a lui. La sua strategia era di conquistarsi la fiducia di mio figlio, perché una volta che mio figlio si fida di qualcuno ne segue le indicazioni».

M. Entriamo nel vostro contesto familiare. Con il padre e i fratelli come si è evoluta questa situazione?
«Il contesto familiare era caratterizzato da violenze. Ho vinto anche un processo contro il mio ex marito per violenze familiari. Questo è il contesto in cui ha vissuto. Davanti ai miei tre figli ero però io quella tacciata io di avere carattere orribile, di non saper avere a che fare con i figli. Lui, il padre, era prepotente, ma sembrava che la persona "sbagliata" fossi io».

M. Dopo il processo, i figli si sono avvicinati a lei?
«Per un periodo si sono allontanati dal papà, poi a periodi alterni si sono riavvicinati a lui».

M. Suo figlio ormai è maggiorenne. Com’è la situazione? Abitate insieme?
«Attualmente viviamo nella stesso immobile, lui in un alloggio e io in un altro, ma fino all’anno scorso abbiamo abitato assieme. La situazione si è aggravata con il Covid. Lui ha una ossessione per le contaminazioni e io che lavoro in ospedale avevo la difficoltà di tornare a casa, disinfettarmi e muovermi solo in certi spazi che non potessero "contaminare" dove stava lui. È diventato sempre più difficile vivere assieme. Poi ci sono stati degli episodi in cui sono rimasta chiusa fuori casa tutto il giorno. Mi sono detta che non ero più in grado di gestirlo da sola. Dal 2020 ho cercato l'aiuto dello psichiatra, per capire cosa si potesse fare».

M. Si è quindi rivolta alle istituzioni.
«Mi sono rivolta ancora una volta alle istituzioni dopo tantissimi anni in cui ho cercato di avere contatti e aiuti. Qualcosa è stato fatto. Con l'assistente sociale per esempio abbiamo cercato di fargli prendere la patente per stimolarlo e ci siamo riuscite. Ho cercato una palestra e altre soluzioni per farlo uscire di casa perché lui difficilmente lo fa. Ma quando ha le crisi, la risposta dello psichiatra era: TSO. Che per me non era una risposta. Lui ha bisogno di qualcuno di cui fidarsi per superare questa ansia estrema e un TSO non può calmare l’ansia».

M. Lui però è stato sottoposto a TSO. Come si è arrivati a questo punto?
«A maggio era entrato in casa un operaio per una riparazione, quindi una persona estranea. Mio figlio mi ha mandato fuori casa e non mi ha fatto più entrare: doveva pulire tutto ciò che aveva toccato questa persona, maniglie, tavoli, pavimento, qualsiasi cosa. Lo psichiatra al telefono mi ha detto di aspettare se la crisi passava o di chiamare i carabinieri per procedere con il TSO. La crisi si è risolta alla sera, ma dopo due settimane tutto è ricominciato. Il suggerimento era sempre di procedere con il Trattamento sanitario obbligatorio. Ho quindi chiamato i carabinieri che lo hanno portato in pronto soccorso. È stato sedato e portato in reparto, dove è rimasto per 19 giorni. Io non ho potuto parlarci in quel periodo: era arrabbiato e non voleva avere più niente a che fare con me. È uscito da solo firmando».

M. Dopo il TSO vi è stata proposta qualche soluzione alla situazione?
«Inizialmente la proposta era di inserirlo in un appartamento assistito, ma lui ha rifiutato perché voleva tornare a casa. In quel momento però stavo facendo i lavori per dividere la casa in due appartamenti. Si è rivolto al padre ed è stato da lui una ventina di giorni a luglio. In quel periodo sembra non abbia mai dormito nel letto perché era nuovo e lui le cose nuove non le usa».

M. Mi ha detto di aver parlato all'epoca con l'assessore alla Sanità Barmasse.
«Avevo parlato con l’assessore Barmasse nel periodo della Giornata del suicidio. Io ho tentato il suicidio già anni fa, quando i figli erano piccoli. Da lì qualcosa si è attivato e ho anche avuto un colloquio con uno psichiatra. Il problema mio era legato a quello di mio figlio, quindi andava risolto quest'ultimo. Ho avuto un colloquio con uno psichiatra per organizzare delle visite a casa a vedere mio figlio e i segni del suo disturbo. Per lungo tempo però di azioni non ce ne sono state».

M. Torniamo ai giorni nostri. Lei ha avuto contatti con l'assistente sociale che al momento segue suo figlio. Cosa le ha detto?
«L'ultima volta che ci ho parlato, a fine agosto, mi ha detto che mio figlio può decidere da solo come vivere. Il problema di relazione con me è un problema familiare, personale, per il quale non è possibile fare niente. Sulle difficoltà sociali, economiche e di inserimento lavorativo, la risposta dell'assistente sociale sociale è stata: "lui sa che noi ci siamo, quando avrà bisogno ci chiamerà". Gli ho chiesto se continuavano a provare almeno a telefonargli e ha detto di sì, però non ho altre informazioni perché, per la privacy, non ne sono informata. Mio figlio non vuole. Non so se sia stata fatta una diagnosi in seguito al Tso, non ho accesso a nessuna informazione di questo tipo».

M. Cosa chiede adesso?
«Ho un ragazzo intelligente che, come tutti, merita di avere il supporto necessario. Chiederei che non sia lasciato da solo anche se lui non vuole aiuto, perché fa parte del suo disturbo rifiutare il contatto con gli altri. In passato ho tentato di farlo partecipare a percorsi di formazione o di accompagnarlo all’agenzia del lavoro per iscriverlo alle liste di collocamento. La sua risposta è che "lui fa da solo". Mio figlio ha tutte le capacità e le risorse per poter vincere le difficoltà, ma non da solo. Il suo disturbo lo porta a non aver a che fare con altre persone. Per lui tutto è pericoloso. Serve inoltre prendere in carico la sua vita lavorativa e sociale perché comunque c’è anche questo aspetto. Chi lo mantiene? Chi paga le spese del riscaldamento, della luce, della macchina, del telefono?».

M. Vorrei chiudere questa intervista in un modo un po’ particolare. Siamo consapevoli che le risorse a livello sanitario siano ridotte ai minimi termini, perciò è difficile molte volte aspettarsi i miracoli. Se dovesse lanciare un urlo alle istituzioni, cosa direbbe?
«Direi che tutti abbiamo diritto ad essere aiutati. Direi che una persona che si autodetermina non è una buona cosa: nessuno di noi è assolutamente capace di vivere da solo, soprattutto se ha delle difficoltà».

 

 

Marco Camilli

 

 

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