Suicidio, il male oscuro della Valle d'Aosta (3)

L'intervento di Andrea Manfrin, capogruppo della Lega VdA in Consiglio Valle

Suicidio, il male oscuro della Valle d'Aosta

Andrea Manfrin, capogruppo della Lega Vallé d'Aoste in Consiglio regionale. È uscita la notizia che in tre mesi abbiamo avuto dodici suicidi in Valle d'Aosta. Secondo te, questo grande numero di suicidi a cosa può essere dovuto?

«Personalmente credo che una scelta come quella del suicidio sia estremamente personale e non ci possono ovviamente essere delle cause comuni tra caso e caso, nel senso che ognuno trova purtroppo le motivazioni per compiere questo estremo gesto a livello personale. Quello che però purtroppo è un dato oggettivo, che ho osservato nel passato e che ho portato anche all'attenzione del Consiglio, è che gran parte delle persone che si suicida "passa" per i nostri servizi sanitari. È questo il vero problema, la criticità: una persona che arriva a compiere questo gesto e passa attraverso un servizio che dovrebbe intercettare questo malessere. Ci sono professionisti indicati e portati per contrastare non soltanto l'insorgenza di malattie psichiatriche, ma anche gli istinti anticonservativi: perché non hanno individuato questa criticità e perché non sono riusciti a porre rimedio? Questa è la vera domanda da fare. Come si può bloccare, come si può intercettare questo disagio e come si può porre un argine? Dopodiché è evidente che, se le scelte sono quelle di mettere delle reti ai ponti, allora siamo completamente fuoristrada. Lo abbiamo detto in Consiglio, lo ripeto adesso: la soluzione non è questa, perché qualcuno troverà un posto diverso e lo abbiamo visto. Quindi cosa facciamo? Mettiamo le reti a tutti i ponti della Valle d'Aosta? Poi a tutti quelli del Piemonte, d'Italia, della Svizzera, della Francia e poi tutta Europa e poi tutto il mondo? Allora poi togliamo del commercio le corde, poi togliamo i coltelli, poi togliamo qualsiasi cosa? Ovviamente è una missione improba quella di pensare di togliere qualsiasi cosa che possa essere usata per un'azione di questo tipo. Quello che si deve fare è intercettare il disagio. Questo, più che trovare la una motivazione comune, può essere quello che sposta le cose».

Ecco, intercettare il disagio. Sfortunatamente, chi entra nel circuito della struttura psichiatrica passa attraverso le mani di tante, forse troppe, figure: assistenti sociali, avvocati e giudici e una burocrazia che può creare ostacoli, anziché aiutare.

«Confesso che non ho approfondito il tema fino a questo punto, cioè non sono riuscito a cogliere quelli che sono eventualmente gli aspetti di difficoltà e che portano a consumare del tempo prima di riuscire a porre un rimedio. Quindi non saprei oggi dire qual è il tempo che passa e quali sono le lungaggini burocratiche. So però una cosa: che quando ci si ritrova in una regione con un così alto rischio, lo si sa e dovrebbero saperlo le strutture che potenzialmente possono trovarsi di fronte una persona che potrebbe arrivare a quell'azione. Allora è chiaro che bisogna intervenire mettendo in campo ogni soluzione utile per riconoscere quel disagio, e non sicuramente per allungare i tempi. Vado a manifestare un disagio? Bene, vengo preso in carico. Chi c'è sul territorio? Gli assistenti sociali compiono un'opera importante, sono quelli che non devono fondamentalmente porre degli ostacoli e quindi dire: ho avuto un colloquio con quella persona, secondo me lì c'è una criticità, forse conviene che si intervenga. Questo è un passaggio che va compiuto. Invece l'ultima cosa da fare è occuparsene in maniera burocratica: bisogna agire in maniera umana. E forse è a volte l'umanità quella che viene a mancare, spesso per un meccanismo altrettanto umano: quando si è sottoposti continuamente alla sofferenza, a un certo punto si diventa quasi indifferenti. Questa è una cosa che sperimenta chi vive, per esempio, nelle realtà ospedaliere: a forza di essere a contatto con la sofferenza, ne rimane quasi immunizzato. Ecco, bisogna ricordare che questo tipo lavoro non è una cosa dove si timbra il cartellino e poi si va a casa, ma è un impegno che si prende nei confronti di persone più fragili che, ovviamente, non hanno degli orari».

Da anni Aostaoggi.it scrive e cerca di analizzare questo problema, invece le istituzioni e il Consiglio Regionale cosa fanno?

«È una bellissima domanda, d'altra parte questa stessa domanda io l'ho rivolta più volte a chi si occupa della sanità. E banalmente la risposta è stata un trincerarsi dietro: "beh, almeno qualcosa l'abbiamo fatto", parlando del ponte di Introd e delle barriere. Se chi si occupa di politica e ha il massimo incarico di tutelare la vita delle persone si limita a dire "Questa associazione ci ha chiesto questo, quella famiglia ci ha chiesto quest'altro e noi li abbiamo accontentati. Va bene così?", direi che purtroppo c'è anche una sottovalutazione del fenomeno. Perché i dati che citavi prima, quindi dodici decessi in tre mesi, sono dati mostruosi se paragonati alla media di tutta Italia di 5,8 decessi ogni 100.000 abitanti. Credo che, piuttosto che una vera volontà di affrontare il problema, ci sia una sottovalutazione. E credo che che si voglia, si preferisca, non parlarne o fare la faccia contrita, dire in aula "ce ne occuperemo" e poi dimenticarsene un minuto dopo. E' ovvio che la situazione non è di facile soluzione, però, d'altra parte, bisogna dedicare risorse a un servizio, soprattutto quello territoriale, in grado di comprendere il disagio».

 

 

Marco Camilli

 

 

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