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Costi della politica, giudici di Torino: sentenza di 1° grado merita censura

 

Depositate le motivazioni della sentenza d'Appello. Legge regionale sui rimborsi era "comoda"

AOSTA. Sono state depositate le motivazioni delle condanne pronunciate dai giudici della Corte d'Appello di Torino per 15 dei 27 imputati per la "rimborsopoli" valdostana. A destare interesse, forse ancor più della "spiegazione" della sentenza, sono le critiche poco velate che emergono dalle 184 pagine sulll'assoluzione di primo grado pronunciata ad Aosta per tutti gli imputati.

Queste assoluzioni, scrivono i giudici torinesi, "meritano una ferma censura per quanto attiene l'elemento soggettivo. Appare francamente singolare la prospettazione secondo la quale un pubblico ufficiale, oltretutto destinatario di un mandato popolare, non sarebbe in grado di rendersi conto di violare una norma penale nel momento in cui, con riferimento al denaro pubblico affidatogli dalla collettività a determinarti fini, se ne serva per interessi personali propri o altrui".

I giudici d'Appello rimarcano la "assoluta inverosimiglianza della tesi secondo la quale gli imputati, malgrado le loro responsabilità nei confronti della collettività che volontariamente rappresentavano, non fossero consapevoli di ciò che facevano quando maneggiavano il denaro loro affidato da tale medesima collettività". In più "una simile eventualità, quand'anche fondata, ai fini che qui interessano non avrebbe alcun rilievo" e "non ne avrebbe - si legge ancora nelle motivazioni - nemmeno sotto il profilo dell'intensità del dolo".

Le motivazioni della sentenza si concentrano anche sulla legge regionale che regolava il funzionamento dei rimborsi ai gruppi consiliari. Una normativa "comoda per chi l'aveva concepita come legislatore - scrivono i giudici - e per chi come componente dell'assemblea legislativa l'applicava senza attivarsi per modificarla" perché trattava "il tema della rendicontazione con modalità oggettivamente elusive di qualunque serio onere responsabilizzante nei confronti della collettività, cui quel denaro apparteneva".

Per i giudici infine "mai come in questa vicenda la sensazione della distanza fra la verità processuale e quella reale sarà forte".

 

Marco Camilli

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