Il sindacato accusa: 32% di carcerati con problemi di tossicodipendenza. Nelle aule universitarie si discute di protocolli, nelle sezioni si lavora in condizioni che nessun protocollo ha mai previsto

"L’intervento del direttore generale dei detenuti Ernesto Napolillo alla Università Lumsa pubblicato da RAI News ha mostrato, ancora una volta, la distanza siderale tra i palchi istituzionali e la trincea quotidiana degli istituti penitenziari". Lo scrive l'Osapp, Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, commentando il problema della tossicodipendenza nelle carceri italiane.
"Ventimila detenuti con problemi di tossicodipendenza, il 32% della popolazione carceraria (ma Noi riteniamo che siano assai di più): un dato che viene presentato come più che allarmante, ma che per chi lavora nelle sezioni detentive è semplicemente la conferma di ciò che vede ogni giorno. La differenza - scrive l'Osapp - è che chi lo vede dal basso della propria posizione nella catena di comando penitenziaria, non può limitarsi a dirlo: deve anche gestirlo affrontandolo ogni giorno. E lo gestisce senza strumenti, senza circuiti, senza un’organizzazione reale. Il punto non è la cifra. Il punto è chi la pronuncia. Quando uno dei vertici del DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, ndr) denuncia il fenomeno, denuncia anche sé stesso. Perché non è un osservatore esterno: è uno dei massimi riferimenti di un sistema che avrebbe il dovere di prevenire, contenere e trattare la dipendenza. Se il fenomeno cresce, se i numeri esplodono, se gli istituti diventano incubatori di violenza e suicidi, allora l’allarme non è un grido: è una confessione".
Il sindacato autonomo si concentra sugli Icatt, gli Istituto a Custodia Attenuata. "Sono dodici, con 417 posti regolamentari e poco più di 350 detenuti presenti. L’unico circuito non sovraffollato è quello che non viene utilizzato".
Per l'Osapp questa è "la fotografia perfetta dell’Amministrazione: norme sulla carta, vuoto nella realtà. Nel frattempo, nelle sezioni, la tossicodipendenza è la prima causa di aggressioni, di crisi, di tentativi di suicidio. E non solo per le sostanze che entrano dall’esterno – perché le carceri che dovrebbero essere impermeabili non lo sono – ma anche per quelle che vengono somministrate all’interno. La cosiddetta “droga di Stato”, fatta di psicofarmaci e oppioidi distribuiti senza un controllo adeguato sugli effetti che la convivenza e gli scambi penitenziari determinano, alimenta dipendenze che il sistema non è poi in grado di gestire. È un tema che nessuno affronta nei convegni, ma che ogni poliziotto penitenziario conosce bene. A tutto questo si aggiunge l’elemento più grave: il personale".
"Il DAP pretende che la Polizia Penitenziaria sia il primo argine al fenomeno, ma la manda nelle sezioni dopo quattro mesi di corso, senza formazione specifica, senza strumenti, senza un modello operativo adeguato a cui attenersi in tali condizioni. È un’improvvisazione che diventa pericolosa, perché espone gli agenti e i detenuti a rischi enormi. E mentre nelle aule universitarie si discute di “nuovi protocolli”, nelle sezioni si lavora in condizioni che nessun protocollo ha mai previsto. Il caso Bollate, spesso presentato come esempio, è l’emblema di una narrazione che non regge alla prova dei fatti. Un modello che non è replicabile, che non risolve le criticità strutturali e che non dovrebbe essere usato, come invece accade, come alibi per ignorare ciò che accade nel resto del Paese penitenziario. E non è un dettaglio che proprio da Bollate provenga l’attuale Vice Capo del DAP: la continuità di una visione che, secondo l’Osapp, continua a privilegiare l'immagine rispetto alla sostanza".
"Alla fine, l’intervento del Capo della Direzione generale dei detenuti e trattamento del Dap non è un contributo tecnico ma risulta essere, oltre che un esercizio retorico, un atto di resa - accusa ancora il sindacato -. E mentre si parla, nelle sezioni detentive si soffre e a volte si muore. Si soffre perché i circuiti non vengono attuati. Si soffre perché non esiste un reale progetto e si vive alla giornata. Si soffre perché chi dovrebbe governare il sistema si limita a descriverlo. La Polizia Penitenziaria continua a essere l’unico presidio reale, l’unico argine concreto, l’unico elemento che tiene insieme un sistema che altrimenti collasserebbe. Ma non dovrebbe essere lasciata ogni volta da sola e alla mercé di chi bada solamente alla propria immagine e alla propria carriera. Non può essere sacrificata sull’altare delle conferenze, dei convegni, delle dichiarazioni che non cambiano nulla e che, anzi, potrebbero persino andarle a discapito, attribuendole responsabilità dirette, competenze e capacità di intervento che, invece, le difettano completamente. E tutto questo anche perché la Riforma di 36 anni fa e che oramai, è talmente obsoleta da doversi modificare con la massima urgenza, nei fatti e solo per la Polizia Penitenziaria non è mai avvenuta, se non negli aspetti più negativi dell’organizzazione e della gestione degli addetti al Corpo. Una battaglia, quindi, da intraprendere in maniera risoluta e con forza, ma malgrado la voce che alziamo e diffondiamo ogni giorno, ancora non sappiamo chi vorrà seguirci veramente", conclude l'Osapp.
redazione
(immagine da osapp.it)


