Valle d'Aosta, un padre e il difficile rapporto con i servizi sociali

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L'obbligo di lasciare la casa, la vita in macchina, la distanza che cresce dai figli

Tribunale

AOSTA. Questa è la testimonianza di Giovanni - nome di fantasia -, un operaio che vive e lavora ormai da molti anni in Valle d'Aosta. Sposato da più di due decenni, ha tre figli di cui due al di sotto della maggiore età. La sua vicenda inizia quando il matrimonio entra in crisi a causa di forti contrasti con la moglie sulla cura dei figli. La coppia parla di separazione. Lui, non fidandosi dei comportamenti della consorte (alla quale era stata suggerito un percorso psicologico), vorrebbe tenere i bambini a casa con sé. La moglie allo stesso modo vorrebbe la custodia esclusiva.

Questo difficile rapporto viene descritto in una relazione delle assistenti sociali in cui si evidenziavano le forti frizioni tra i genitori e i litigi in presenza dei bambini. La situazione precipita un giorno d'estate di due anni fa. All'epoca i servizi sociali già erano a conoscenza dei problemi della coppia.

«Mia moglie - spiega Giovanni - senza avvisarmi è partita per 20 giorni portando con sé i figli. L'ho scoperto quando sono rientrato a casa quella sera e non li ho trovati. Non riuscivo a mettermi in contatto con loro al telefono e a quel punto ho chiamato l'avvocato per informarlo della situazione. Lui mi ha avvertito che in caso di denuncia si sarebbero sicuramente portati via i bambini. Solo dopo mia moglie mi ha mandato un messaggio per dirmi che stava andando da un'amica per qualche giorno. A 400 chilometri di distanza».

Il giorno successivo Giovanni spiega di ricevere una convocazione degli uffici dei servizi sociali a Saint-Christophe. 

Cosa le hanno detto all'incontro?
«Mi hanno spiegato che la forte tensione in famiglia era un problema. Io e mia moglie litigavamo davanti ai figli e i bambini invece non dovevano essere coinvolti. Lei inoltre mi aveva accusato di avere comportamenti violenti».

Le assistenti sapevano che sua moglie aveva portato via i bambini?
«Lo sapevano. Hanno sostenuto di aver provato ad avvisarmi, ma che non erano riusciti a mettersi in contatto con me. Non era vero, non avevo ricevuto alcuna telefonata. Comunque gli assistenti non avevano avuto nulla da ridire sul fatto che i miei figli si trovassero a 400 km di distanza da me a casa di una persona che loro non conoscevano. Mia moglie ha detto che si trovavano da un'amica e a loro questo è bastato».

Cosa è accaduto dopo?
«In autunno ci hanno convocato in assessorato dicendo che portavano i figli in comunità vista la nostra situazione di conflittualità. Io, lo dico sinceramente, ho risposto che ero contento perché almeno sarebbero stati lontani dalla madre, sarebbero stati al sicuro. Io non mi fido più di lei e dei suoi comportamenti e lo avevo fatto presente già tempo prima ai servizi sociali. Da allora però non ho quasi più potuto vederli. Ora mi accusano di essere invadente».

Attualmente quale rapporto ha con gli altri due figli più piccoli?
«Né io né la madre abbiamo subito un qualche tipo di provvedimento di allontanamento, però devo seguire le regole della comunità in cui vivono e quindi ho diritto a un'ora a settimana di visita con colloquio protetto nella struttura. Il più piccolo frequentava la scuola sotto casa mia e mi capitava di uscire di casa e di vederlo in cortile a giocare. Secondo i servizi non dovevo nemmeno salutarlo perché lo turbavo. Il giorno della comunione del più grande in chiesa ci stavamo avvicinando per salutarci, ma la catechista appena se ne è accorta ha strattonato e allontanato mio figlio e l'ha rimproverato. Poi se l'è presa con me. "Tu non devi essere qui", mi ha detto. A quel punto mi sono arrabbiato. Quella è una chiesa, c'era mio figlio, un figlio che ha un papà!».

Adesso in quale situazione si trova?
«Il giudice ha deciso l'affidamento condiviso e il mantenimento dei figli a mio carico. Avevo 10 giorni per andare via dalla casa in cui vivevo con l'altro mio figlio. Una casa popolare, con contratto a nome di mia moglie ma con affitto pagato dal mio stipendio. Passati quei 10 giorni ho lasciato la casa e sono andato a vivere in macchina perché non avevo trovato altra sistemazione. Ci sono rimasto 12 giorni prima di riuscire a trovare un alloggio».

E il suo terzo figlio?
«Lui è rimasto a casa, non potevo certo farlo vivere in auto con me».

Cosa vorrebbe dire alle istituzioni che si sono occupate della sua situazione?
«Vorrei dire che hanno sbagliato. Ma non nei miei confronti, bensì nei confronti dei miei figli. Da quando sono entrati in comunità sono cambiati. Non mi trattano più come una padre, non sanno come comportarsi con me. Ormai non mi vedono più come il loro padre».

 

 

 

Marco Camilli

 

 

 

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