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Valle d'Aosta: un padre, i servizi sociali e la voglia di tornare ad essere considerato un uomo perbene

I litigi in casa, le relazioni dei servizi sociali, i 15 giorni passati a dormire in auto. «Oggi sono visto come un uomo cattivo, violento, ma io non sono così»

 

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Aostaoggi.it torna a pubblicare una vicenda dei difficili rapporti tra un uomo, la sua famiglia e le istituzioni preposte a tutelare i diritti e a difendere i soggetti più fragili. Nella storia raccontata da Davide, 58 anni, operaio edilie (nome di fantasia per tutelare i figli minorenni) si ripete la solita denuncia: la correttezza dei rapporti con le strutture dei servizi sociali, la rapidità dei tribunale nel prendere delle decisioni solo dopo aver sentito le dichiarazioni di servizi sociali anche quando non supportate da prove.

I nostri articoli non voglio "demonizzare" una categoria di operatori che in molti casi svolgono egregiamente il loro operato in condizioni difficili. I nostri articoli vogliono essere un "grido di dolore" che dovrebbe raggiungere chi giudica e chi legifera. Non si può pensare che le scelte e le decisioni che condizioneranno la vita intera di una persona, di una famiglia, vengano prese solo dopo la lettura di un foglio, una relazione, che riporta problematiche non verificabili.

Davide, perché questa intervista?
«Vorrei tornare a essere visto come la persona che sono. Oggi mi considerano un uomo cattivo, violento, ma io non sono così».

Cosa è accaduto?
«Ho tre figli, due ragazze e un ragazzo più grande. Due anni fa, nell'agosto 2019, la mia attuale ex moglie si è allontanata da casa con le due figlie all'epoca minorenni senza che io ne sapessi nulla. L'ho scoperto al rientro dal lavoro che non si trovavano più a casa. Mi sono preoccupato: non riuscivo a contattarle e non sapevo dove si trovassero. Solo dopo mia moglie mi ha inviato un messaggio dicendomi di non preoccuparmi e che erano in viaggio. Per farla breve, l'assistente sociale aveva detto loro di andarsene da casa per una ventina di giorni. Mia moglie quindi stava portando le figlie a mia insaputa a Reggio Emilia. E non in una struttura protetta bensì da un'amica “fidata” della mia ex che io nemmeno conoscevo. Quella stessa sera ho ricevuto una e-mail in cui i servizi sociali mi convocavano l'indomani per un incontro. Ci sono andato e lì ho fatto un po' di casino. Non era quello il modo di agire, tutto a mia insaputa».

Facciamo un passo indietro. Come si è arrivati a questa situazione?
«Anche quando eravamo ancora sposati io e la mia ex moglie avevamo avuto diversi colloqui con gli assistenti sociali perché tra noi c'erano molti litigi. Questo perché a casa lei era presente fisicamente, ma aveva la testa altrove. Era sempre occupata al telefono. La casa era abbandonata, non cucinava, non gestiva i bambini. Una delle mie figlie è seguita da un educatore perché ha delle difficoltà e lei non la seguiva».

Lei però è il padre.
«Io non ero sempre presente a casa perché lavoravo. E quando rientravo dopo il lavoro dovevo lavare i piatti sporchi, preparare da mangiare ai figli e pulire. Ho informato i servizi sociali di questa situazione, ma hanno fatto sempre finta di niente. Negli anni abbiamo avuto tanti colloqui individuali e di coppia con psicologo e assistente sociale, ma mentre io raccontavo la situazione la mia ex raccontava una versione diversa. Uno dei due è chiaro che mentiva».

Avevate quindi un rapporto teso
«Abbiamo avuto dei litigi, ma niente di violento al contrario di quello che hanno segnalato i servizi sociali. A casa mia non c'è mai stato un intervento delle forze dell'ordine e mia moglie non è mai andata al pronto soccorso».

Trascorsi i venti giorni di allontanamento da casa cosa è accaduto?
«Dopo il loro rientro a casa siamo stati convocati io e la mia ex dai servizi sociali. Da loro abbiamo firmato un impegno a riappacificarci, ad agire come una famiglia unita, ad accudire i nostri figli. Però mentre io lavoravo in montagna, partivo alle 7 di mattina e tornavo alle 19, lei continuava a comportarsi come prima. Ho fatto presente questa situazione ma inutilmente. Ad un certo punto non ce l'ho più fatta. Ho chiesto agli assistenti sociali di aiutare una donna, madre dei miei figli, che era in difficoltà. Gliel'ho chiesto a voce e ho anche scritto una lettera perché temevo per l'incolumità dei bambini. Dissi ai servizi sociali che, essendo stati messi a conoscenza della situazione in casa, se fosse successo qualcosa la colpa sarebbe stata loro. E come hanno reagito? Hanno segnalato in Questura che io li avevo minacciati, che ero pronto a fare qualche pazzia. In più mia moglie sosteneva che io fossi pericoloso. E così sono anche finito sui giornali».

Questa situazione a cosa ha portato?
«A ottobre 2019 sono stato convocato nella sede dell'assessorato regionale alle politiche sociali. Già sapevo che mi avrebbero tolto le mie due figlie minorenni e infatti all'incontro mi hanno detto che le due non potevano restare in casa e che sarebbero andate otto mesi in una comunità. Per me è stata una mazzata. Trascorsi gli otto mesi in comunità il giudice ha stabilito che io dovevo lasciare la mia casa, un alloggio popolare. Il contratto era a nome di mia moglie, ma l'affitto pagato dal mio reddito. Per 15 giorni ho dormito in macchina prima di trovare una sistemazione. Poi a causa della pandemia non ho potuto lavorare e sono finito sotto sfratto. Gli assistenti sociali erano a conoscenza anche di questa mia situazione, ma non ho ricevuto alcun aiuto».

Perché si è rivolto ad Aostaoggi.it?
«Per prima cosa perché vorrei tornare ad essere visto come la persona che sono. Sono stato trattato come un cane, umiliato. Non ho mai avuto problemi con la giustizia, però sono stato descritto come uomo violento. Ma non lo sono. Da 35 anni andavo a caccia e mi hanno revocato il porto d'armi in base a quanto riferito dagli assistenti sociali, senza controllare se quelle affermazioni avevano del fondamento. La mia ex moglie non è mai andata al pronto soccorso né le forze dell'ordine non sono mai intervenute a casa mia. La mia ex ha dichiarato di avermi querelato, ma nei miei confronti non risultano indagini preliminari né ci sono stati processi. Eppure rimango considerato un violento».

Adesso la situazione qual è?
«Sono separato da mia moglie e mio figlio più grande è rimasto con me. Abbiamo l'affido congiunto delle due figlie con collocazione prevalente dalla madre, ma stanno all'incirca metà del tempo con ogni genitore. Ringraziando Dio ho ripreso a lavorare. Certo tra affitto, spese e mantenimento dei miei figli non è facile».

Cosa vorresti dire agli assistenti sociali?
«A loro ho già detto tante cose che hanno sempre ignorato e quindi è inutile parlare ancora. Nel frattempo inoltre le persone che ci seguivano sono cambiate. Ho presentato un esposto in procura chiedendo di fare luce sull'operato dei vari servizi incaricati di seguire me e la mia famiglia e sulle negligenze del giudice e del tribunale, tutte documentate. Durante il procedimento di separazione ho chiesto di videoregistrare i colloqui con i miei figli e mi hanno risposto che qui ad Aosta non era possibile. A quel punto non ho acconsentito ai colloqui, visto che mancavano le tutele che la legge permette di chiedere. Il mio avvocato ha anche chiesto di vedere le relazioni scritte dagli assistenti sociali durante gli anni in cui hanno seguito la mia famiglia e nella fase di separazione ma finora non le ha ricevute. E poi rivorrei il porto d'armi. Mi era stato appena rinnovato: in un mese una persona può diventare improvvisamente violenta?».

Una persona può diventare violenta anche in un minuto.
«È vero, ma di fronte a certe affermazioni, prima di prendere dei provvedimenti, è necessario controllare seriamente e secondo le procedure previste dalla legge se ciò che viene detto è la verità».

 

 

Marco Camilli

 

 

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