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Suicidi in Valle d'Aosta: ormai non si contano più

Un altro doloroso addio alla vita da parte di un giovane

 

Ponte di Introd

Vorrei non dover più scrivere questi articoli. Ma il mal di vivere in Valle d'Aosta ha fatto un'altra vittima. Questa volta non riporterò dove si è svolto questo disperato gesto. Non serve più localizzare il "dove", oppure neanche più il "come" e infine il "quando". Ma che era un giovane questo sì, ho il dovere di comunicarlo. Un giovane cittadino della Valle d'Aosta.

Si allunga una scia di dolore che segna una comunità che, attonita, non sa spiegarsi il perché. Chi potrebbe attivare strumenti di prevenzione è alle prese solo a difendere il proprio fortino di privilegi. Non si può criticare, denunciare e ormai neanche sperare. Abbiamo provato con i nostri articoli e interviste a provocare una reazione dagli uffici dell'assessorato regionale alla Sanità. Ma il loro silenzio copre solo la vergogna.

La situazione è nota: centri psichiatrici territoriali chiusi, l'ormai tristemente famoso reparto di Psichiatria sempre più abbandonato, dimenticato e privo di un qualsiasi futuro, l'incapacità di creare sino a questo momento una rete di aiuto e sostegno sul territorio in grado di intercettare il disagio profondo e, nei limiti dell'umanamente possibile, prevenire gesti estremi. Però vengono attivati impianti di "dissuasione", come nel caso del ponte di Introd. Si posizionano cartelli, telecamere e segnali acustici che sembrano dire: «è vietato buttarsi dal ponte». Questo è quanto fatto finora da chi ci governa. Ma poi accadono tragedie come quella di un mese fa, proprio , e ci si chiede quanto una persona che ha scelto di mettere fine alla propria vita possa essere influenzata da un semplice cartello.

 

 

Marco Camilli

 

 

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