Intervista all’analista geopolitico Yari Lepre Marrani

1. A quasi sei mesi dall'inizio della guerra, possiamo parlare di una sconfitta della strategia militare perseguita da Trump e Netanyahu?
«Se per “sconfitta” intendiamo il mancato raggiungimento degli obiettivi politici dichiarati o impliciti dell'offensiva, il bilancio appare certamente problematico per Washington e Gerusalemme. La guerra era stata concepita sulla premessa che una pressione militare estremamente intensa avrebbe potuto costringere Teheran a cedere, modificare radicalmente il proprio comportamento strategico e riaprire una trattativa da una posizione di debolezza.
Questo risultato, almeno finora, non si è materializzato. L'Iran ha subito danni gravissimi, soprattutto sul piano economico e infrastrutturale, ma il suo apparato statale non è collassato, la capacità di risposta non è stata annientata e Teheran continua a disporre di strumenti militari, diplomatici e geografici capaci di condizionare il conflitto, a cominciare dalla questione dello Stretto di Hormuz. Reuters rileva inoltre che due precedenti accordi di cessate il fuoco sono rapidamente crollati e che il conflitto si avvicina al suo sesto mese.
È quindi più corretto parlare di fallimento della teoria della vittoria rapida che di vittoria iraniana. L'Iran non è “intatto”: ha pagato un prezzo enorme. Ma non è neppure il Paese incapace di reagire che l'operazione militare sembrava voler produrre».
2. Che cosa ci dice la resilienza iraniana sulla natura di questa guerra?
«Ci dice soprattutto che la superiorità militare convenzionale americana e israeliana non coincide automaticamente con la capacità di ottenere una capitolazione politica iraniana.
L'Iran possiede una struttura statale molto resistente, una lunga esperienza nell'aggiramento delle sanzioni, importanti reti commerciali e finanziarie alternative e una posizione geografica che gli permette di incidere sui traffici energetici mondiali. La guerra ha ridotto drasticamente le esportazioni petrolifere iraniane — Reuters stima circa 534.000 barili al giorno nell'agosto 2026 contro una media di 1,4 milioni nel 2025 — ma non ha eliminato la capacità di Teheran di influenzare il mercato e di utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva strategica.
La resilienza, tuttavia, non deve essere confusa con invulnerabilità. L'economia iraniana è sotto una pressione enorme e la stessa leadership di Teheran deve confrontarsi con il costo crescente della guerra. Il punto politicamente decisivo è un altro: la pressione subita dall'Iran non si è ancora tradotta nella resa politica che Washington aveva sperato di ottenere».
3. Perché Trump sta ora trasformando il conflitto in una guerra economica?
«Perché la componente militare non ha prodotto, almeno finora, una soluzione politica. Il passaggio alla coercizione economica può quindi essere letto come un tentativo di modificare il rapporto costi-benefici per Teheran senza dover sostenere indefinitamente una campagna militare di grandi dimensioni.
Trump ha annunciato quella che ha definito la più “crushing economic operation” mai intrapresa contro un Paese, minacciando conseguenze economiche anche contro gli Stati che continueranno a commerciare con l'Iran. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato delle sanzioni più dure mai imposte a Teheran.
Qui emerge però la difficoltà strategica. Le sanzioni contro l'Iran esistono da decenni e Teheran ha sviluppato meccanismi per aggirarle, mentre l'inasprimento delle cosiddette sanzioni secondarie porta inevitabilmente la controversia dal rapporto Washington-Teheran ai rapporti Washington-Pechino, Washington-Delhi e, più in generale, al problema della sovranità economica degli Stati terzi.
In questo senso, l'espressione “arrampicarsi sui vetri” può essere interpretata politicamente come la difficoltà di trasformare una situazione militare senza esito decisivo in una vittoria diplomatica. Ma sarebbe prematuro concludere che la nuova offensiva economica sia destinata necessariamente a fallire: il suo impatto sull'economia iraniana è reale e potenzialmente molto grave».
4. Come va interpretata la denuncia iraniana di Esmail Baghaei secondo cui le nuove sanzioni costituiscono una “guerra economica illegale”?
«Occorre distinguere la posizione politica iraniana dalla valutazione giuridica internazionale.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha sostenuto che le nuove misure americane rappresentano una “guerra economica illegale” e una pretesa di esercitare una “sovranità extraterritoriale” sugli altri Stati. La sua argomentazione è che Washington non possa imporre unilateralmente a banche, imprese o aeroporti stranieri, soggetti alla giurisdizione dei rispettivi Stati, di interrompere rapporti commerciali legittimi con un Paese terzo.
È un argomento politicamente molto rilevante, ma giuridicamente più complesso di quanto lasci intendere la formula. Gli Stati Uniti possono certamente disciplinare l'accesso al proprio mercato e al proprio sistema finanziario e possono sanzionare soggetti che operano in violazione della normativa americana. Il problema controverso nasce quando queste misure vengono utilizzate per condizionare soggetti stranieri che operano al di fuori del territorio statunitense.
È proprio qui che la guerra economica assume una dimensione geopolitica più ampia: non riguarda più soltanto l'Iran, ma il diritto degli Stati di commerciare secondo le proprie scelte. E più Washington tenta di strangolare economicamente Teheran attraverso i suoi partner commerciali, più aumenta il rischio di trasformare il conflitto con l'Iran in un conflitto sulla stessa architettura economica internazionale.
5. Parallelamente, che cosa significa politicamente il caso Netanyahu-Turchia e perché la risposta israeliana chiama in causa Erdogan?
«È un ulteriore indicatore della crescente internazionalizzazione e polarizzazione del conflitto mediorientale.
Il 21 agosto la Turchia ha annunciato di avere avviato la procedura per chiedere a Interpol una Red Notice nei confronti di Benjamin Netanyahu, sulla base di mandati di arresto emessi dalla magistratura turca nell'ambito dell'inchiesta sulla Global Sumud Flotilla. Le accuse riportate dalle autorità turche comprendono, fra le altre, genocidio, crimini contro l'umanità, tortura e privazione aggravata della libertà. Interpol dovrà prima esaminare la richiesta secondo le proprie regole.
La distinzione giuridica è fondamentale: una Red Notice non è automaticamente un mandato d'arresto internazionale e non obbliga ogni Stato a procedere all'arresto.
La reazione di Netanyahu, che ha definito Erdogan un “dittatore antisemita”, mostra invece quanto rapidamente il piano giudiziario si trasformi in uno scontro politico. Ankara considera la questione parte della propria opposizione alle operazioni israeliane a Gaza; Israele interpreta l'iniziativa turca come un atto di ostilità politica.
La questione, dunque, non è soltanto Netanyahu contro Erdogan. È il crescente ricorso agli strumenti giudiziari internazionali — o comunque transnazionali — come strumenti di pressione politica in un Medio Oriente nel quale le tradizionali alleanze stanno diventando meno prevedibili».
6. Quale potrebbe essere l'evoluzione della situazione e qual è oggi lo scenario più realistico?
«Il dato più importante è che nessuno dei principali attori sembra essere riuscito a trasformare la propria superiorità in una soluzione definitiva.
Gli Stati Uniti possono continuare ad aumentare la pressione economica; Israele può mantenere una capacità militare superiore; l'Iran può continuare a sfruttare la propria profondità strategica, la geografia e le relazioni con partner come la Cina. Ma nessuno di questi strumenti, preso isolatamente, sembra sufficiente a chiudere il conflitto.
Lo scenario più plausibile è quindi quello di una fase prolungata di coercizione, negoziati intermittenti, guerra economica e pressione sullo Stretto di Hormuz, con il rischio concreto che il conflitto si trasformi progressivamente da guerra bilaterale a crisi sistemica dell'ordine regionale. Le difficoltà americane sono accentuate dal fatto che colpire i compratori del petrolio iraniano significa inevitabilmente confrontarsi con importanti partner economici, soprattutto la Cina.
La vera domanda non è più soltanto se l'Iran possa essere militarmente danneggiato — lo è già stato — ma se possa essere costretto a modificare radicalmente il proprio comportamento senza che il costo per Stati Uniti, Israele e sistema economico globale diventi superiore ai benefici attesi.
Ed è proprio questo il paradosso della guerra: quella che doveva essere una dimostrazione della capacità di imporre rapidamente un nuovo equilibrio al Medio Oriente rischia di produrre l'effetto opposto, cioè un conflitto più lungo, un Iran più determinato a sviluppare strumenti di resilienza e un sistema regionale nel quale anche gli alleati di Washington sono costretti a interrogarsi sulla sostenibilità della strategia americana.
La partita, dunque, non è ancora decisa. Ma dopo quasi sei mesi è diventato difficile sostenere che la guerra abbia prodotto la vittoria rapida e risolutiva che ne costituiva l'orizzonte strategico iniziale».
Nota biografico – editoriale: “Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull'Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche). Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell'AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link : https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani"



