Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani
«I leader militari e politici tendono a pensare alla guerra in termini di ciò che possono fare all’avversario, dimenticando sistematicamente ciò che l’avversario farà a loro». — Carl von Clausewitz, Della guerra
Le indiscrezioni trapelate dalle cancellerie del Golfo e rilanciate dalle autorevoli colonne del Wall Street Journal non descrivono un semplice riassetto tattico nello scacchiere mediorientale, bensì l’apertura formale di una nuova, drammatica e profonda fase del confronto strategico tra Washington, Tel Aviv e Teheran. L’avviso preventivo fornito alle monarchie arabe circa un’imminente «offensiva breve ma intensa», abbinato al riposizionamento di batterie antiballistiche Patriot dal Texas verso la regione e alla ridislocazione precauzionale del personale statunitense da installazioni esposte a potenziale rappresaglia, attesta l’esistenza di un piano operativo ormai in fase avanzata di coordinamento. La posizione ufficiale della Casa Bianca — trincerata dietro un prudenziale no comment che non smentisce, ma ribadisce il dogma secondo cui tutte le opzioni restano sul tavolo per denuclearizzare l’Iran — segue una classica e collaudata grammatica di deterrenza ed escalation controllata.
Tuttavia, ridurre questa complessa dinamica geopolitica a una mera esigenza di sicurezza militare significa ignorare il vero motore delle decisioni strategiche contemporanee: la pericolosa e imminente sovrapposizione tra le scadenze elettorali negli Stati Uniti e il fragile equilibrio politico in Israele. La storia delle relazioni internazionali del XX e XXI secolo dimostra chiaramente che quando l’agenda militare si conforma alle tempistiche delle urne domestiche, l’esito finale è raramente la stabilità. Più spesso, il calcolo elettorale finisce per spalancare le porte a una catastrofica trappola strategica, in cui la pianificazione di un conflitto viene piegata a logiche contingenti che ne snaturano gli obiettivi di lungo termine.
La dimensione elettorale: Washington e Tel Aviv tra calcolo politico e azzardo geopolitico
L’analisi delle grandi crisi internazionali non può prescindere dal concetto sociologico di Rally 'Round the Flag — l’effetto di compattamento dell’elettorato attorno al potere esecutivo durante i momenti di grave tensione —, ma deve al contempo misurarsi con i precedenti storici sulla vulnerabilità degli esecutivi democratici alla vigilia dei suffragi. Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, l’amministrazione statunitense si trova proiettata di fronte a un dilemma strutturale di difficile risoluzione. La prospettiva di un intervento «breve e intenso» programmato per il periodo immediatamente successivo al voto risponde alla stringente necessità politica di differire l’impatto economico e finanziario dell’escalation. Qualsiasi attacco prima della chiusura dei seggi provocherebbe un'immediata impennata dei prezzi del greggio e un’ondata di volatilità sui mercati finanziari, con ripercussioni disastrose sulla percezione economica degli elettori americani.
Il precedente storico della fine degli anni Settanta — quando la drammatica crisi degli ostaggi a Teheran paralizzò la presidenza di Jimmy Carter fino a decretarne la sconfitta politica — rimane tuttora il principale monito strategico per ogni inquilino della Casa Bianca. Per evitare un simile stallo, Washington cerca oggi di applicare la dottrina della vittoria rapida e circoscritta. L’intento è quello di colpire duramente le infrastrutture critiche del programma nucleare e le capacità balistiche iraniane per rivendicare un decisivo successo d'immagine di fronte all’opinione pubblica, senza tuttavia impantanarsi in una complessa operazione di regime change dalle conseguenze sul campo imprevedibili e incalcolabili.
Parallelamente, sul fronte israeliano, il ciclo elettorale e la percezione della minaccia esistenziale generano una pressione del tutto convergente. Per la leadership di Tel Aviv, l’inazione o l'eccesso di prudenza non sono opzioni praticabili, poiché vengono percepite dall'opinione pubblica interna come segnali di letale vulnerabilità strategica. La storia politica di Israele — dalla pionieristica operazione Opera contro il reattore iracheno di Osirak nel 1981 fino alle recenti campagne di attacchi preventivi nello spazio aereo regionale — dimostra come il consenso politico sia indissolubilmente legato alla capacità di dimostrare un'assoluta superiorità e una deterrenza inflessibile.
Mentre gli Stati Uniti tendono a ponderare la risposta militare guidati da parametri di politica economica interna e contenziosi sul costo del carburante, Israele interpreta la questione con l'urgenza di chi avverte la minaccia nucleare direttamente ai propri confini. Questa asimmetria nelle priorità crea una finestra d'opportunità tanto stretta quanto pericolosa: Tel Aviv spinge per un’azione risolutiva ed sradicante contro i centri di arricchimento dell'uranio iraniano prima che un eventuale mutamento negli equilibri parlamentari a Washington possa irrigidire i freni diplomatici della diplomazia americana, imbrigliando l'iniziativa militare israeliana.
Il fattore Teheran: l’asimmetria e l’illusione della "Guerra Breve"
Il vizio di fondo che storicamente inficia le pianificazioni strategiche occidentali risiede nell’assunto presuntuoso che l’avversario accetti passivamente la durata, la geografia e l'intensità del conflitto stabilite unilateralmente dall'attaccante. Come ricordava lo storico e stratega Basil Liddell Hart nel formulare la sua celebre teoria sull'approccio indiretto, l’obiettivo supremo della guerra è ottenere una pace migliore, ed è pertanto essenziale condurre ogni singola operazione militare mantenendo lo sguardo fisso sul panorama politico della pace futura.
L'Iran, pienamente consapevole dell'abisso che lo separa dalla tecnologia bellica convenzionale anglo-americana, ha sviluppato per oltre tre decenni una complessa e capillare dottrina di guerra asimmetrica. Tale impostazione è concepita esattamente per vanificare la logica degli attacchi aerei circoscritti e delle incursioni ad alta precisione. Teheran non commetterà l'errore di ingaggiare un duello convenzionale nei cieli contro la travolgente potenza di fuoco di Washington e Tel Aviv. Al contrario, la dirigenza iraniana risponderà ampliando lo spazio del conflitto attraverso una rappresaglia orizzontale, attivando in maniera coordinata la rete del cosiddetto Asse della Resistenza e proiettando la minaccia diretta sui punti nevralgici del commercio marittimo globale, primo fra tutti lo Stretto di Hormuz, e sulle infrastrutture energetiche vitali dell'intera regione.
In questo quadro di forte tensione, l'avviso informale trasmesso dalle autorità americane ai Paesi del Golfo non segnala soltanto una doverosa vicinanza strategica tra alleati, ma rivela la piena consapevolezza della loro profonda ed intrinseca vulnerabilità di fronte a un conflitto diffuso. Un’offensiva contro l’Iran, per quanto concepita e presentata sulla carta come limitata e chirurgica, rischia di trasformare gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel target primario della rappresaglia balistica e dell'impiego massiccio di droni da parte di Teheran. La conseguenza immediata sarebbe una paralisi sistemica della produzione e del trasporto di idrocarburi, in grado di provocare un'onda d'urto economica mondiale di proporzioni storiche.
Il destino della crisi oltre la scadenza elettorale?
In ultima analisi, la fatidica convergenza tra le scadenze elettorali americane e le esigenze politiche israeliane rischia di trasformare un delicato esercizio di deterrenza in una spirale di escalation incontrollabile. L'idea che un'azione militare condotta contro una nazione di oltre ottantacinque milioni di abitanti — caratterizzata da una profonda ed impervia geografia strategica e sorretta da una collaudata rete transnazionale di proxies — possa rimanere confinata entro i limiti temporali e operativi di un'offensiva «breve e intensa» appare più come una retorica rassicurante ad uso della propaganda politica che come una seria analisi di fattibilità bellica.
Come ammoniva con straordinaria prescienza lo storico greco Tucidide nel ricostruire le cause profonde della guerra del Peloponneso, sono principalmente tre i sentimenti umani che spingono irrimediabilmente gli Stati verso l'abisso del conflitto: l’interesse economico, la paura esistenziale e la ricerca della gloria. Se l’interesse primario degli Stati Uniti rimarrebbe la stabilità dei mercati energetici globali e la non-proliferazione nucleare, la paura radicata di Israele di trovarsi di fronte a un Iran atomico e la tentazione di capitalizzare il consenso elettorale rischiano di innescare una dinamica bellica in cui il controllo degli eventi sfuggirà agli stessi attori politici non appena le schede saranno state spogliate e i seggi elettorali definitivamente chiusi.
Dott. Yari Lepre Marrani
Nota biografico – editoriale: "Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico - giuridiche. Sull'Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell'AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani"
