REGIONALI   SPECIALE ELEZIONI  COMUNALI

Referendum costituzionale, cosa ne pensano i politici valdostani

Pensieri e riflessioni sui motivi del "sì" e del "no" in vista del voto del 4 dicembre

donzel-raimondox300Raimondo Donzel (Partito Democratico)
Il 4 dicembre io voto Sì perché credo che l'Italia con tutte le sue Regioni e Province Autonome possa vincere la sfida delle nuove frontiere della globalizzazione e della crescita sostenibile e duratura, se saprà innovarsi, riducendo la burocrazia, semplificando gli iter legislativo e amministrativi, tagliando i costi e allargando gli spazi di partecipazione e democrazia.
Voterò Sì perché i principi fondamentali della Carta costituzionale non cambiano ma sono resi più forti da un sistema istituzionale nuovo e più rispondente alle necessità del presente e più vicino alle moderne democrazie europee.
Voterò Sì perché si ribadisce l'Autonomia speciale della nostra Regione, che diventa più solida e responsabile; e si chiarisce il quadro dei rapporti con lo Stato reso complicato da quella parte della Riforma del Titolo V che apriva a una legislazione concorrente che ha creato contenziosi che hanno bloccato le leggi, penalizzando cittadini, imprese e lavoro.
Voto sì perché ho la speranza di un mondo migliore e non intendo lasciare come sono le tante cose che non funzionano e contro le quali protestiamo da oltre 30 anni.

Baccega-mauro2x300Mauro Baccega (Stella Alpina)
Dico subito che la modifica non è perfetta, ma voterò SI con convinzione per i seguenti motivi:
1) La riforma Costituzionale prevede dei cambiamenti significativi E FINALMENTE CAMBIA QUALCOSA:
* Riduce il numero dei parlamentari in modo decisivo. I  senatori passano da 315 a 100. Ben 250 in meno.
* Quindi riduce le spese della politica in quanto i Senatori saranno Sindaci e Consiglieri Regionali che manterranno le loro indennità di Sindaco o Consigliere.
* Snellisce e semplifica in modo determinante i percorsi amministrativi e consentirà di modernizzare il PAESE.
* Cambia le regole del gioco,  consentirà di essere più rapidi e di migliorare un sistema che è troppo frammentato, ma soprattutto determina la fine del bicameralismo perfetto.
* Mi fa guardare con maggiore serenità al futuro dei nostri ragazzi.
* Verifico che i principali comparti produttivi del Paese, Coldiretti, Confindustria, Confcommercio sostengono con determinazione la riforma.
2) Per la Valle d’Aosta, il SENATO DELLE AUTONOMIE conferma le AUTONOMIE SPECIALI;
* E’ inserito il principio dell’INTESA, ovvero lo Stato non potrà più intervenire in modo unilaterale per modificare il nostro STATUTO DI AUTONOMIA i rapporti tra Stato e Valle d’Aosta smetteranno di essere in contrapposizione con il ricorso alla alla Corte Costituzionale;
* La Valle d’Aosta sarà rappresentata al SENATO DELLE AUTONOMIE da 2 rappresentanti, quindi raddoppia la sua rappresentatività e la sua forza propositiva.
3) Voglio guardare al futuro, ho subito gli attacchi dei governi D’Alema, Amato, Letta, Monti e compagni che avevano promesso le riforme, non lo hanno fatto e ho voglia di cambiamento.
4) Se si vuole cambiare la coalizione di Governo, il momento giusto sarà nel 2018 quando sono previste le elezioni Politiche, auspicando vivamente ad una legge elettorale migliore, ma mi sembra che ci sia l’impegno di modificarla.
Il 4 dicembre io VOTO SI

Roscio-fabrizioFabrizio Roscio (Alpe)
Faccio alcune premesse: la Costituzione è la sintesi delle diverse visioni politiche del 2° dopoguerra e rappresenta l'unità del paese.
L'approvazione della riforma attuale non è frutto di ampie convergenze delle diverse forze politiche, ma è espressione di una maggioranza, su cui sono stati espressi peraltro giudizi di illegittimità.
La riforma inoltre non è limitata a pochi aspetti, ma tocca 44 articoli sui 139 della Costituzione, in pratica ne modifica ampiamente tutta la seconda parte.
Due scelte reputo inopportune sul metodo: innanzitutto la volontà di presentare un pacchetto unico su cui gli elettori devono pronunciarsi che, per la sua complessità, diventa di difficile lettura. In secondo luogo l'eccessiva personalizzazione che è stata fatta a inizio della campagna, che ha causato un'intromissione di argomentazioni politiche legate più alla sorte dell'attuale governo che non al merito delle modifiche.
Va detto che il Paese sente l'esigenza reale di cambiamenti e di riforme che vadano nella direzione di dare risposte ai bisogni della gente e nel ridare fiducia ad una politica diversa e più attenta ai cittadini. Alcuno esempi di problemi attuali da risolvere sono la stabilità e i costi della politica, la rapidità nel rispondere ai cambiamenti in atto nella società.
Reputo però che le motivazioni del permanere e dell'aggravarsi dei problemi del paese non sia da imputare alla Costituzione, ma all'incapacità e alla mancanza di volontà delle forze politiche di operare in tal senso.
Per entrare nel merito dei contenuti della riforma, mi limito ad alcune considerazioni sui cambiamenti più rilevanti, a mio parere: il superamento del bicameralismo e i rapporti tra Stato e Regioni.
A giudizio di esperti di diritto costituzionale, la riforma, per come è scritta, non raggiunge gli obiettivi dichiarati, in quanto nella fattispecie, l'art, 70 che detta le competenze del nuovo Senato presenta una complessità tale da lasciare diversi dubbi interpretativi. La storia dimostra che il bicameralismo non ha rappresentato un ostacolo all'approvazione rapida delle leggi, come invece è stata la mancanza di volontà politica.
Per quanto riguarda il rapporto tra Stato e Regioni, è piuttosto evidente che vi sia una logica centralista, che ampia le competenze del primo a danno delle seconde. Questo aspetto è inoltre aggravato da un apparente atteggiamento di tutela verso le Regioni a Statuto speciale, su cui dirò in seguito.
Lo Stato arroga a sé diverse competenze, (art. 116 - 117) quali governo del territorio, sanità e servizi sociali, attività culturali, tutela dell'ambiente e produzione di energia, in evidente contrasto con l'impostazione della riforma del 2001, che invece aveva un'ottica più federalista. Rimane comunque il dubbio che l'accentramento dei poteri in capo allo Stato non sia in grado di garantire efficienza ed economicità, come viene dichiarato.
Sembrerebbe che le Regioni a Statuto speciale rimangano escluse dalla riforma, accentuando però così il divario con le Regioni a Statuto ordinario e in contrasto con l'idea che ciò che può essere fatto a livello locale, con conseguente presa in carico di responsabilità, non debba essere demandato a istituzioni superiori.
Nelle norme transitorie si parla di sospendere gli effetti della riforma fino alla modifica degli Statuti speciali, da attuarsi previa intesa. E' difficile immaginare che una Regione che non trovi l'intesa possa rinviare senza termine la modifica statutaria richiesta, dunque la tutela appare labile e temporanea. A ciò si aggiunga il clima di ostilità verso le Regioni a Statuto speciale nel quale si inserisce la presente riforma. Una riflessione approfondita andrebbe fatta tuttavia sulle ragioni profonde delle autonomie, intese come modello in grado di dare migliori e più rapide risposte ai cittadini di quanto non sia in grado di fare un governo distante, senza tacere i casi in cui la cattiva amministrazione abbia fatto percepire le Regioni a Statuto speciale come ingiustamente privilegiate.
In conclusione, l'Italia ha seriamente bisogno di riforme e di cambiamenti che agevolino i cittadini, ma questa riforma costituzionale, per l'iter che ha avuto e per come è stata scritta, non mi sembra che sia in grado di rispondere a tali esigenze.

Restano-claudioClaudio Restano (Pour Notre Vallée)
Il gruppo Pour Notre Vallée è di recentissima costituzione ed in questo momento particolare è concentrato sul l'analisi delle norme di bilancio e tutto quanto ruota attorno ad esse.

Relativamente alla proposta referendaria, la nostra è una posizione ancora individuale ad oggi non confrontata con i nostri simpatizzanti che non riteniamo opportuno esplicitare e pertanto lasciamo liberi i Valdostani di esprimersi  secondo i propri convincimenti.

Alberto Bertin (Alpe)
La proposta referendaria che siamo chiamati a votare il 4 dicembre lascia molti dubbi e perplessità che mi inducono a votare NO.
In effetti, si tratta di una riforma costituzionale apertamente e dichiaratamente centralista che trasferisce dalla periferia al centro un numero significativo di competenze smantellando, di fatto, lo stato regionale, con la precisa volontà di rottamare le regioni.
Bertin-albertox300Un intervento costituzionale che, se approvato, rappresenterà un passo indietro, per non dire una preclusione, ad una trasformazione dello Stato italiano in uno Stato Federale. Il modello federale, a mio avviso, è il solo sistema organizzativo e statuale in grado di adattarsi alle caratteristiche di un Paese come quello italiano. Con questa riforma si mette fine anche a questo: trent'anni di discussione sul federalismo che si concludono con una controriforma che ne cancella ogni possibilità di attuazione.
Le Regioni sono le principali perdenti, in questa riforma, e anche la trasformazione del Senato in una sedicente camera di rappresentanza dei territori, priva di fatto di poteri di intervento “seri” sulle leggi, non compensa il ridimensionamento complessivo delle autonomie, in particolare di quelle regionali. Un senato anomalo, sui generis, del quale non esistono modelli simili nel resto dei paesi occidentali. Dalla composizione francamente originale, per non dire altro, che vede dei sindaci espressione di un'attività amministrativa, accanto ai rappresentanti delle regioni, con funzioni legislative. Ancor meno si comprende la presenza di cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica che trasforma e snatura la stessa rappresentanza territoriale del Senato, facendolo diventare qualcosa di assolutamente anomalo. Un senato confuso nella composizione e dalle competenze limitate e non sempre chiare. Una sorta di organo consultivo che può, in certi casi, rallentare paradossalmente l'attività legislativa, senza però condizionarla. Insomma, un senato senza efficacia. A che pro?
Si aggiunge poi, in termini generali, una concentrazione di potere nell'esecutivo, nel governo. Una tendenza generale, ma che nel caso specifico non è accompagnata, come avviene negli altri ordinamenti, da una serie di contro-poteri, i cosiddetti "cecks and balances", una carenza che rende  problematica una sua applicazione.
Una riforma che non aumenta nel suo complesso la democrazia e la partecipazione, riducendo il ruolo del cittadino ed aumentando i poteri dei partiti.
Esistono ovviamente anche aspetti positivi, seppur limitati, ma questa riforma non è alla "carta". Si deve accettare o rifiutare nella sua totalità.
Peraltro c'è chi sostiene che l'art. 138, che prevede la revisione costituzionale, si debba applicare soltanto a delle modifiche puntuali e limitate, seppur importanti, ma non riguardare ampie parti della Costituzione che, nel caso, necessiterebbero di una nuova fase costituente.
Al contrario, questa riforma costituzionale, è stata un'iniziativa governativa che ha preso avvio con l'ormai famigerato decreto Boschi nel lontano 2014. Una proposta partita dal governo, anche questa, se vogliamo, un'anomalia, e votata alla fine del suo iter soltanto dalla maggioranza governativa. È ovvio, al di là della ricerca del plebiscito da parte di Matteo Renzi e della retromarcia attuale, che il risultato referendario, purtroppo, avrà anche delle ricadute politiche. Un altro aspetto negativo relativo a questo referendum costituzionale. Ma forse poteva essere questa la ragione più profonda della riforma: la ricerca di una legittimazione ?
La nostra regione, come le altre regioni a Statuto speciale, apparentemente non viene colpita direttamente da questa riforma. Ma questa rischia di essere soltanto un'illusione di breve periodo.
In un contesto così modificato, in uno Stato molto più accentrato dell'attuale, per le Regioni a Statuto speciale le prospettive sono delle peggiori, anche senza tener conto delle dichiarazioni del Premier. Infatti, Renzi, bisogna ricordarlo, si era candidato alla segreteria del PD con un programma che vedeva la cancellazione delle Regioni ad autonomia speciale e anche di recente, in occasione della replica nella discussione finale in Senato sulla Riforma, ha dichiarato che non sono state toccate semplicemente perché mancavano i numeri.
Anche la cosiddetta clausola di salvaguardia, secondo la quale le disposizioni previste dalla riforma non si applicano alle Regioni autonome fino alla revisione dei rispettivi statuti sulla base di intese, rischia di essere inutile. In effetti l'intesa, così come prevista dalla riforma costituzionale, è un principio indefinito che può rilevarsi ininfluente per salvaguardare gli Statuti. Un principio generico che può presentare un rischio. Lo stato centralista che esce dalla riforma, in assenza di una concretizzazione del principio, può infatti far valere un'altra clausola per superare lo “scoglio” degli statuti speciali: la clausola di supremazia.
La sola clausola di supremazia dello Stato verso le  Regioni, contenuta nella Riforma, rende bene l'idea di quale sia l'approccio, la prospettiva con la quale si guarda ai rapporti Stato-Regioni.
È pertanto impossibile, per un federalista e ambientaliste quale sono, essere favorevole a questa Riforma. Le ragioni sono tante, ne ho illustrate alcune tra le principali.
Votare SI' vuol dire anche firmare una cambiale in bianco. E quando il Premier ci dice di stare sereni, visti i precedenti, beh... è più prudente votare NO.

Spelgatti-nicoletta1Nicoletta Spelgatti (Lega Nord)
La Lega Nord Valle d’Aosta dice NO ad una riforma fatta da un Governo delegittimato che avrebbe dovuto limitarsi all’ordinaria amministrazione, anziché stravolgere la nostra carta costituzionale a colpi di maggioranza e senza quel consenso necessario la cui mancanza, si vede oggi nella campagna referendaria, ha diviso in due il paese. NO ad una riforma centralista che ha lo scopo di ridurre la partecipazione diretta dei cittadini, comprimendo la democrazia, accentrando il potere a Roma, amplificando  a dismisura il poteri di chi governa, chiunque esso sia e comprimendo la sovranità del popolo, come i poteri forti e la governance europea hanno voluto. Diciamo NO ad una costituzione che viene propagandata come un taglio ai costi della politica e poi scopriamo che il risparmio equivale ad una settimana di spesa di mantenimento dei clandestini. Diciamo NO ad una riforma che dice di rispettare le autonomie e poi toglie poteri alle regioni, anche a quelle a Statuto Speciale che nemmeno sanno come e quando lo Stato chiederà inevitabilmente anche a loro di adeguare gli Statuti alla nuova Costituzione, riducendone l’autonomia e privandole così ancor più della loro identità.  Non vogliamo un Senato che si chiamerà Senato delle Autonomie i cui componenti, senatori part-time e senza il vincolo di mandato, voteranno quello che i rispettivi partiti di appartenenza diranno loro di votare. NO ad una riforma che dice di semplificare il sistema legislativo e poi lascia esistere almeno dieci modi diversi di legiferare e non elimina la possibilità di bloccare un iter legislativo fra Camera e Senato. In conclusione, NO ad una riforma espressione di un Governo che dice una cosa e ne fa un’altra e, a noi delle regioni autonome, racconta una bella storia, mentre si prepara a confezionare la nostra fine.
La Lega Nord lotta per le autonomie e per preservare quelle identità che sono la linfa vitale del nostro paese e non può accettare, né la riduzione della partecipazione democratica del popolo, né la mistificazione dei messaggi che vengono divulgati dal fronte del Sì per spaventare i cittadini. Possiamo rassicurare la popolazione, se vince il NO non ci sarà la rivoluzione e, se Renzi andrà a casa, non ci saranno orfani.

Cognetta-robertoRoberto Cognetta (Movimento 5 stelle)

Salvare i principi fondamentali della Carta voluti dai Padri costituenti anche se la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, è lo stesso articolo 1, quello che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, a essere svuotato di significato. Con le nuove norme “si toglie il diritto di voto agli elettori” e sono le “segreterie di partito a nominare chi va nelle stanze del potere”.
– Mantenere il principio costituzionale dell’uguaglianza e libertà del voto Sotto accusa è il combinato disposto con l’Italicum, la nuova legge elettorale approvata dal Parlamento e valevole per la sola Camera dei deputati. Con le liste bloccate e il premio di maggioranza “i partiti si sono assicurati la possibilità di nominare direttamente almeno due terzi dei parlamentari, impedendo di fatto agli elettori di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento” e aggirando l’articolo 48 della Costituzione. Inoltre, i nuovi senatori non verranno più eletti dai cittadini e nel nuovo Senato si verificherà un fatto anomalo per le democrazie: il Capo dello Stato, con i 5 senatori a vita, si troverà a nominare il 5 percento dei membri di una camera di rappresentanti dei cittadini. Poi c’è anche il premio di maggioranza, che sbilancerebbe il “peso” di un singolo voto e potrebbe garantire a un partito che non ha la maggioranza relativa la conquista della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

– Perché dal bicameralismo perfetto si passerà a quello confuso La riforma è confusionaria e pasticciata, proprio perché complica il procedimento legislativo. Si passerà da uno a dieci procedimenti legislativi differenti e non si supererà nemmeno il bicameralismo perfetto. Infatti, "resteranno 20 le materie in regime di bicameralismo paritario", tra cui materie decisive come la legge elettorale e le normative Ue. In più, in caso di attuazione della riforma avremo un “caos istituzionale, poiché ci sarà bisogno di una miriade di provvedimenti legislativi, che ci terranno bloccati per anni”.
– Perché non si riducono davvero i costi della politica. Secondo il Governo ammontano a 500 milioni di euro l’anno. Una cifra smentita da alcuni dati e dalla stessa Ragioneria Generale dello Stato. Per noi con una legge ordinaria si potrebbero tagliare della metà gli stipendi di deputati e senatori, oppure si potrebbe decidere di dimezzare il numero di deputati e senatori, risparmiando le stesse risorse – Con riforma diminuiscono gli spazi di democrazia per i cittadini Per le leggi di iniziativa popolare le firme da raccogliere passeranno da 50 a 150mila e quella che modifica il quorum per i referendum abrogativi, che sarà ridotto al 50% degli elettori delle ultime elezioni politiche nel caso in cui fossero raccolte 800mila firme (ora servono 500mila firme e il quorum è fissato al 50% degli aventi diritto al voto).

 

Marco Camilli

 

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