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Le faide in Calabria, la diaspora in Valle d'Aosta: cosa c'è dietro Altanum

  • Pubblicato: Giovedì, 18 Luglio 2019 11:49

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carabinieri

AOSTA. Un anziano, mentre sorseggiavamo un buon bicchiere di vino, parlando della presenza della 'ndrangheta in Valle d'Aosta, mi raccontò questa metafora, degna di un capo pellerossa: « La Valle d’Aosta è come un bellissimo campo verde, ricco d’acqua dove centinaia di mucche pascolano quiete in un ambiente stupendo, tranquillo. 

Una di queste mucche lascia sul terreno una büsa (termine piemontese per indicare il grosso escremento delle mucche) I turisti, il pastore passano e la vedono, non gli danno importanza facendo attenzione a non pestarla. Le stagioni passano e arriva l’inverno che tutto copre con la neve. Copre, non toglie. La büsa rimane lì, insieme alle altre compagne. Si bagna, si secca e piano piano penetra nel terreno diventando parte integrante. Nessuna la vede, la neve copre tutto. Chi ha visto la büsa ha fatto attenzione a non toccarla. C’è una differenza, la büsa di mucca concima e la 'ndrangheta avvelena, entrambe però sono scarti, schifezza, puzzano come tutti i rifiuti. Una è utile, l’altra no».

Per trovare quella merda, si deve scavare nella neve, dove non è sempre facile e soprattutto, si deve superare la volontà del: «Lascia perdere, non è vero niente, corri dietro ai sogni questa è un Paradiso terrestre». Si è vero è un paradiso, abbiamo bellezze storico-naturalistiche immense e per questo fragili, ma questo è un altro discorso. Piano piano i Carabinieri hanno scavato, hanno studiato in silenzio, nascosti, hanno scavato gallerie sotto la neve e hanno trovato la büsa.

Nella famosa indagine "Lenzuolo" sono venuti fuori i collegamenti tra le cosche della Piana di Gioia Tauro, Jamonte e Facchineri, con elementi residenti in Valle d’Aosta da generazioni. Soprattutto era emersa la rete di fiancheggiatori intorno alla feroce cosca dei Facchineri. Questi erano stati protagonisti della ventennale "Faida" (arcaico "diritto alla vendetta" sulla cui illegittimità si pronuncia anche la Genesi) Facchineri contro Raso-Gullace-Albanese, il cui bilancio tra il 1970 e 1980 fu di 32 omicidi e tra il 1987 e 1991 di altri 27 omicidi e 9 tentati omicidi. La prima fase della faida vide i Facchineri perdenti e questo è stata la causa della diaspora della cosca, che arrivò così anche in Valle d’Aosta.

Nell’omicidio di Luigi e Michele Facchineri, c’è la fotografia della ferocia della faida. Michele e Domenico sono due fratelli di 9 e 12 anni. La loro colpa è nel cognome e la loro sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato. Era il 15 aprile 1975. Mentre pascolavano i maiali vennero uccisi a colpi di lupara sul greto di un fiume da un quintetto di sicari che avevano appena ucciso un loro zio, ferita una cuginetta di appena 6 anni e una zia in cinta di sette mesi. Il commando aveva deciso di abbandonare l’auto della fuga proprio vicino al torrente dove si trovavano i due bambini. I gruppi si riconoscono. I due bambini scappano terrorizzati, il commando li insegue e li raggiunge. Domenico alza le mani in segno di resa, ma la 'ndrangheta non fa prigionieri e viene freddato. Il fratello sarà trovato dietro un cumulo di sabbia, dove si era nascosto, con la testa sfigurata da un colpo di fucile alla nuca. Passano gli anni, Luigi Facchineri, imputato di traffico internazionale di droga e associazione per delinquere di tipo mafioso, è latitante da decenni. In Valle d’Aosta giunge la notizia che la sua fidanzata è ospite da parenti. Carabinieri e Polstato mettono in piedi una gigantesca caccia all’uomo, tramite intercettazioni, pedinamenti lunghe ore di osservazioni. Arriveranno al covo del latitante, un antico mulino in una gola tra le montagne a Capraia Michelangelo. Luigi Facchineri riuscì a fuggire alla cattura mentre fu arrestato Domenico Facchineri, cugino di Luigi anche lui latitante.

Luigi sarà arrestato a Cannes il 1° settembre 2002. Uscirà dal carcere nel 2017 raggiungendo la sua famiglia, in regime della sorveglianza speciale, ad Aosta. In Valle aveva trascorso parte della medesima misura il fratello Giuseppe, detto "scarpina" ospite da una famiglia a loro vicina, arrestato in questa operazione.

L’indagine Lenzuolo aveva già evidenziato questi legami e soprattutto erano emersi i fratelli Raso detti "Zuccaro". Soprattutto Vincenzo, pacifico operaio edile, intercettato anni dopo mentre si recava a una riunione di 'ndrangheta nel canavese. I fratelli Raso, Vincenzo, Michele, e Salvatore, saranno coloro ai quali un imprenditore di origine calabrese si rivolgeva per porre fine a un tentativo di estorsione ad opera di Vincenzo Facchinieri (nome storpiato a causa di un errore anagrafico) da Marzabotto detto "'O professore". L’indagine venne denominata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo "Tempus Venit" e ipotizzava l’estorsione aggravata dall’art 7 del D.L. 152/91, metodo mafioso. In sostanza l’imprenditore aveva ricevuto la richiesta di ottenere il 3% del valore di un appalto milionario. Il 2 ottobre 2010 si era trovato una tanica di benzina con un accendino davanti alla porta dell’ufficio. Agli inquirenti si era dimenticato di parlare della lettera estorsiva, così dopo mesi d’indagini i Carabinieri intercettano una telefonata eloquente e mesi dopo sequestrano una lettera del professore con la richiesta di soldi. L’imprenditore sapeva con chi aveva a che fare e della loro ferocia, quindi si rivolgeva agli "Zuccaro" chiedendo loro una intermediazione. Non era la prima volta che lo faceva: nel 2008 aveva chiesto a Vincenzo lintervento per sedare una vicenda simile in danno di un fruttivendolo. I Raso si attivano e 16 settembre 2011 in località Sant’Eusebio del comune di San Giorgio Morgeto, nei pressi della sua abitazione, si consumava l’omicidio di Raso Salvatore con l’esplosione di dieci cartucce caricate a pallettoni alla schiena e uno alla nuca (ogni cartuccia ha da un minimo di 6 a un massimo di 8 pallettoni) La trattativa era lunga. In un’intercettazione i Carabinieri ascoltano Michele Raso che spiega all’esterrefatto imprenditore che in base al loro codice ai Facchineri spetta il 3% perché è la regola. E’ la regola feudale, al feudatario spetta una tassa non è un’estorsione, è dovuta è la regola. Si può trattare sulla percentuale, ma questa va pagata.

La tragedia di Salvatore ha il sapore della commedia.

Salvatore Raso un giorno, incurante del figlio che non sta bene e del parere contrario del saggio fratello Michele, parte dalla Calabria alla volta di Marzabotto. Deve trattare con il "Professore". Erano già avvenuti altri incontri ma la situazione non si sbloccava il padrone, a cui faceva il guardiano, non era contento. Da Marzabotto prende la via della Valle d’Aosta, sordo alla richiesta della moglie di far ritorno a casa perché il figlio si aggravava, aveva qualcosa di più importante da fare. Giunge in serata ad Aosta dove viene ospitato da un parente. Il mattino dopo va dall’imprenditore per riferire quando discusso con il "professore". L’imprenditore, il padrone, non c’è, è andato a caccia e non si può disturbare. Salvatore è ospitato nella "casa di caccia" del padrone e deve aspettare che finisca la battuta di caccia. Salvatore attende pazientemente, non ha fretta. Gli viene dato un pasto e la possibilità di riposare. Il figlio intanto è grave la moglie disperata. Il padrone nel pomeriggio torna a casa, si rinfresca con una doccia e finalmente dà udienza al servo. Questi riferisce e riparte alla volta di Marzabotto per continuare la trattativa. Il figlio di Salvatore è in ospedale per essere operato d’urgenza in appendicite in peritonite. Dopo l’ennesima visita a Marzabotto Salvatore finalmente torna a casa.

Tutto questo ha il sapore medioevale, il servo che parte per portare le notizie, il padrone a caccia che non può essere disturbato nonostante le notizie che gli devono essere riferite riguardano la sua sicurezza. Il 16 settembre 2011 Salvatore viene ucciso, pochi giorni dopo qualcuno spara alle serrande della casa in Calabria dell’imprenditore e giunge un’ulteriore lettera di richiesta in cui è famosa la frase "i pallettoni non chiedono permesso".

Durante un interrogatorio Michele Raso rispose a un inquirente che gli chiedeva della morte del fratello: «Mio fratello ha sbagliato!» La rassegnazione di colui il quale conosce "il codice", le arcaiche e feroci leggi della 'ndrangheta.

Con i colleghi di Taurianova, c’è stata un costante scambio di informazioni e atti che ha avuto quale risultato l’operazione odierna. E’ l’esistenza del locale della 'ndrangheta di San Giorgio con cui i gruppi mafiosi di Aosta, fatti dimostrati da tutte le indagini, hanno mantenuto uno stretto aggancio. Era l’ipotesi di "Lenzuolo", i "locali del Nord" alcuni dei quali di servizio alla terra madre. Sono passati gli anni. Le nuove indagini e nuovi personaggi legati anche ad altre cosche della Locride ma il legame con San Giorgio Morgeto era sempre molto forte.

C’è voglia che ritorni la neve, che copra tutto, che ritorni il silenzio del lungo inverno, il ghiaccio che copre le büse, dimenticare, tornare ai propri affari. C’è ancora molto lavoro da fare, c’è ancora molto da scavare; altre büse da trovare e fare emergere. Non è finita: l’offensiva è appena iniziata. A me, ex appartenente al Nucleo Investigativo, non mi resta che ricordare il lavoro fatto e magari riuscire a leggere l’ordinanza nel tentativo di farmi un’idea al di fuori dell’informazione a volte edulcorata e di parte.

 

 

 

Cesare Neroni

 

 

 

 

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