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Valle d'Aosta, diritti e sogni dei figli tra assistenti sociali e burocratiche relazioni

  • Pubblicato: Venerdì, 08 Novembre 2019 17:26

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bambiniAOSTA. Pubblichiamo oggi un'altra storia sul difficile rapporto tra le istituzioni, rappresentate dai servizi sociali, e le coppie di genitori che scelgono di separare le loro vite.

La testimonianza di oggi è raccontata dalla madre di due figli che, come tanti altri, non possono far altro che assistere come spettatori passivi alle decisioni prese da estranei che irrompono e stravolgono la loro vita quotidiana. 

Per assicurare il rispetto della privacy dei minori, i nomi delle persone coinvolte scritti nella testimonianza sono di fantasia.

Cristina, come inizia la sua storia?
«Inizia nel 2011, quando l'uomo che a quel tempo era mio marito decise di trasferirsi dalla sua nuova compagna. Avviai subito la causa di separazione. Tra noi c'era molta conflittualità, ma avevamo la custodia condivisa di Giorgio, che adesso è maggiorenne, e di Giada, che è ancora minorenne».

I suoi figli come vivevano questa situazione?
«Giorgio non voleva andare a casa loro. Mi raccontava che la nuova compagna, che è seguita da uno psichiatra, gli diceva che non ero io più sua madre e che doveva dimenticarmi. Ne parlai con i servizi sociali: la loro tesi era che fossi io a condizionarlo. A Giorgio, che a quell'epoca era ancora minorenne, dicevano che doveva incontrare il padre per forza, che doveva sforzarsi di capirlo e che doveva cercare di perdonargli gli errori».

Sua figlia invece?
«Anche Giada mi diceva che la compagna del mio ex la trattava male. Arrivava a tagliarle le unghie fino a far sanguinare le dita. Avvisai i servizi e portai dei documenti per provare che era tutto vero».

Come reagirono alle prove?
«Dicendo che non c'era nulla da temere. Secondo loro ero io ad essere gelosa del fatto che un'altra donna tagliasse le unghie a mia figlia».

Con la bambina hanno mai parlato?
«Sì, visto la sua età utilizzavano il gioco per capire il suo stato mentale».

Ora suo figlio è maggiorenne e vive con lei, sua figlia invece?
«Una sera di qualche anno fa era Natale e Giada era a casa del mio ex. Le telefonai e lei mi rispose sconvolta piangendo e dicendomi che la compagna l'aveva trattata male. Parlai con l'avvocato e da allora decisi di tenere la bambina, anche a costo di finire in galera. Io non l'ho più portata da lui e lui non ha più chiesto di portargliela. Da 5 anni mia figlia non vede più il padre. Lui intanto ha avuto un altro figlio con la compagna. Mi è stato detto che mi volevano denunciare per sottrazione di minore, ma ormai sono passati mesi e nulla mi è stato notificato».

L'intervento di educatori ed assistenti dunque non ha aiutato a raggiungere una po' di stabilità?
«Il loro intervento non è servito, se non a peggiorare i rapporti. Qualche volta hanno scritto delle relazioni poi mandate in Tribunale senza nemmeno averci visto. Io quelle relazioni le ho potute leggere solo grazie all'avvocato. Ho anche saputo che una assistente sociale era stata a cena con il mio ex e la compagna di lui. Tutto documentato con fotografie».

Cosa ne ha fatto di quelle foto?
«Le ho mostrate a chi di competenza».

E cosa è accaduto?
«Hanno tolto quell'assistente e  ne hanno assegnata un'altra».

Le hanno fornito qualche spiegazione?
«Hanno detto che certe cose possono capitare».

Cosa vorrebbe dire alle istituzioni che si occupano di tutela dei minori?
«Vorrei dire loro di ascoltare con maggiore attenzione ciò che dicono i figli e di non far passare tutto attraverso i servizi sociali. Sarebbe utile un avvocato per i minori. E poi non si può obbligare i figli a frequentare persone che non vogliono assolutamente vedere. Come può essere questa una forma di tutela?».

Perché, secondo lei, il sistema non funziona?
«Ho avuto a che fare con psicologi infantili, psicologi per adulti, assistenti sociali, mediatori, educatori. Lavorano tutti con uno schema standard, hanno una concezione delle cose che non prevede alternative anche quando uno dei genitori si dimostra non all'altezza. Forse se i loro figli passassero tutto ciò che hanno passato i miei, capirebbero».

 

 

 

Marco Camilli

 

 

 

 

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