Coronavirus, l'inverno e la primavera della sanità in Valle d'Aosta

 

Franco BrinatoAOSTA. A poco più di tre mesi dall'inizio della pandemia in Valle d'Aosta intervistiamo Franco Brinato, nominato direttore dei Distretti sanitari 3 e 4 della bassa Valle pochi mesi prima dell'inizio dell'emergenza. Fino a prima era medico di pronto soccorso ed oggi si occupa sia della parte clinica che di questioni organizzative dei due distretti.

Franco Brinato, quando hai realizzato che la situazione stava diventando seria?
"La situazione è diventata problematica, seria, dalla fine febbraio, l'inizio di marzo. In Valle d'Aosta ancora non erano presenti casi di contagio da Covid-19, ma l'evoluzione internazionale e nazionale iniziava a preoccuparmi. Dal 5 marzo (quando sono stati registrati i primi casi nella nostra regione, ndr) abbiamo cercato di contenere il contagio chiudendo le strutture in cui si erano verificati i primi casi, dove vivono soggetti deboli e anziani".

Questa situazione come ha inciso sul tuo stile di vita e sul rapporto con i colleghi e la famiglia?
"Da punto di vista emotivo questa situazione mi ha colpito in modo non indifferente. È stato un peso importante da portare. Anche mia moglie lavora in ospedale e abbiamo una figlia: la parte peggiore è stato il dover evitare gli abbracci ed il contatto fisico. Abbiamo dovuto cambiare vita e tutt'ora cerchiamo il più possibile di essere attenti ai rischi che ancora corriamo".

Tu e tua moglie lavorando nel campo sanitario comprendevate bene cosa stava accadendo. Tua figlia che è studentessa come ha affrontato la situazione?
"Tutto sommato l'ha vissuta bene anche se adesso sta emergendo lo stress accumulato in questi mesi. Ma questa condizione non riguarda solo mia figlia, bensì anche i bambini e in alcuni casi gli adulti. Ci sono persone che tutti i giorni mi manifestano paura e timore anche di andare a fare la spesa e uscire di casa. Voglio dice che la paura vissuta in maniera fobica non va bene. La paura deve essere costruttiva: le persone devono mantenere le dovute distanze, prestare attenzione ai comportamenti e utilizzare i dispositivi come la mascherina. Oggi non esiste una terapia né un vaccino quindi rispettare le procedure è l'unico modo per sconfiggere questo virus".

Nelle strutture socio residenziali per anziani ci sono state tante morti. Quante di queste sono dovute alle condizioni di salute dei pazienti e quante alla impreparazione?
"Questa emergenza ci è letteralmente caduta addosso. Ricordiamoci che persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità dava indicazioni che cambiavano da un giorno all'altro perché nemmeno la comunità scientifica era preparata. Un virus nuovo mette in crisi tutti: non sapevamo quali erano le modalità di contagio, non sapevamo come difenderci, né quale era il tempo di incubazione. Tutto cambiava di giorno in giorno. Solo una volta accertati i primi casi siamo riusciti a capire le modalità di trasmissione, abbiamo imparato a conoscere le manifestazioni cliniche del virus e abbiamo potuto isolarlo allo Spallanzani di Roma. Da lì è iniziato il percorso che ci ha portato a contenere il contagio. Ci sono stati degli errori, ma sono stati errori dovuti alla non conoscenza del virus. Certo, in alcuni casi mancava propria una organizzazione, per esempio carenza di letti nelle strutture di anestesia e rianimazione che dovremo adesso colmare. Ora ci stiamo preparando per affrontare una eventuale recrudescenza e siamo più preparati. Nelle strutture socio-residenziali, tutte sanitarizzate, è ripresa la vita sociale a distanza di 2 metri. Abbiamo inoltre elaborato delle procedure che a giorni saranno diffuse per ripristinare le visite dei famigliari. La cosa peggiore vissuta in questi mesi è stata vedere gli anziani morire da soli".

Vi aspettavate un calo verticale dei contagi come quello a cui stiamo assistendo in questi giorni?
"Noi abbiamo fatto di tutto per limitare i contagi ed abbiamo attuato tutte le procedure di questo modo. Forse siamo stati anche un po' fortunati, però il risultato c'è stato. In molte regioni italiane ci sono stati errori enormi sui tamponi, sull'acquisto delle macchine, sulla mancanza di reagenti. Come sistema sanitario regionale però abbiamo reagito bene: siamo tra le regioni con più contagi in rapporto alla popolazione, ma anche tra quelle con il maggior numero di guariti. Questo significa che i valdostani sono più forti degli altri? No, significa che abbiamo lavorato bene".

I contagiati in ospedale sono diminuiti e l'ospedale Parini si sta riorganizzando per tornare alla normalità. Recarsi in ospedale oggi è sicuro?
"In ospedale abbiamo adottato un livello di triage, predisposto percorsi definiti, previsto l'uso da parte di tutti - utenti e personale - dei dispositivi di protezione individuale e l'obbligo di rispettare le procedure di sicurezza. Il fatto di non avere utenti Covid positivi in ospedale è segnale di un ospedale sicuro".

Ci sarà una nuova ondata di contagi?
"Per ora su questo aspetto esistono solo ipotesi. Io temo l'arrivo del virus influenzale ed esorto tutti a rispettare le regole di igiene di base come lavarsi spesso le mani, utilizzare fazzoletti monouso e gettarli in buste chiuse, starnutire nell'incavo del gomito ed evitare contatti con chi è raffreddato".

E il vaccino?
"Il vaccino è uno strumento. Bisogna però rispettare le norme igieniche".

Quindi le regole di buona igiene sono più importanti del vaccino?
"Il vaccino antinfluenzale da solo non copre al 100%. Noi abbiamo ridotto il numero di contagi da Covid-19 evitando gli assembramenti e i contatti diretti tra le persone. La stessa cosa dovremmo farlo con l'influenza che provoca vittime quasi quanto il coronavirus, specialmente tra le persone anziane".

Quali conseguenze ha avuto questa pandemia sulla nostra vita?
"Il nostro modo di vivere è cambiato, ci siamo accorti di essere deboli e questo ci fa paura. Però lo ripeto: la paura deve essere costruttiva. Noi possiamo sopravvivere al virus, il nostro sistema immunitario è preparato a difenderci e noi lo dobbiamo aiutare".

Un messaggio in chiusura.
"Anzitutto vorrei trasmettere un abbraccio sentito, di cuore, a tutte le persone che sono state colpite dal virus e che hanno perso i propri cari. Per la parte sanitaria, continuiamo a comportarci così. I valdostani e gli italiani in genere si sono comportati bene, hanno capito in quale situazione eravamo caduti e osservato comportamenti responsabili. Grazie al rispetto delle norme igieniche, al distanziamento, siamo riusciti a contenere la diffusione del virus. I miei colleghi notte e giorno all'interno delle strutture hanno dato l'anima e quindi un ringraziamento va anche a loro, alla mia azienda ed all'istituzione in generale che ha lasciato da parte gli interessi soggettivi per lavorare come squadra. Mi auguro che anche in futuro si proseguirà su questa strada".

 

Marco Camilli

 

 

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