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La triste storia di un bambino di 8 anni ostaggio delle istituzioni

Da più di un anno il bambino è rinchiuso in una casa-famiglia, non frequenta la scuola e non vede la madre

 

Tribunale di Torino

Su Aostaoggi.it torniamo a parlare del mondo dei tribunali dei minori, di giudici, di assistenti sociali e dei loro assistiti. Un mondo fatto di storie al limite dei racconti dell'orrore. Ancora una volta i loro malcapitati protagonisti bussano alla porta della nostra redazione. Noi li ascoltiamo, verifichiamo e poi pubblichiamo vicende che dipingono un sistema a volte malato, che decide del destino di intere famiglie e del futuro di tanti bambini con un semplice "copia-incolla". 

Ciò che riportiamo oggi è una vicenda di cui si è occupato il Tribunale dei Minori di Piemonte e Valle d'Aosta. Lo studio legale Miraglia che sta seguendo il caso si occupa di diritto penale e di diritto famiglia e minorile da anni.

Sembra una cronaca di un evento del medioevo, ma sfortunatamente è dei giorni nostri. Avvocato, che cosa sta accadendo?
«Guardi, il mio studio ha seguito e sta seguendo la vicenda Bibbiano. Anzi, qualcuno ci ha definito i grandi accusatori del sistema Bibbiano. Ma quella vicenda è la punta dell’iceberg. Situazioni peggiori di Bibbiano ci sono a Torino e il caso di un bambino richiuso in una casa-famiglia ne è un esempio. La cosa peggiore è che tutto accade di fronte alla completa indifferenza del tribunale, anzi il problema è al contrario: per una contestazione la mamma, una ragazza madre che lavora in ambiente sanitario, è stata denunciata dalla comunità con il benestare del tribunale. Quindi è ancora peggio, peggio che Bibbiano. E tutto nasce da una segnalazione della scuola, che non riesce a gestire il bambino».

Perché non riesce a gestirlo?
«Perché il bambino è iperattivo. Sicuramente ha un problema, ma cosa significa questo, che tutti i bambini che hanno un problema comportamentale devono essere allontanati dai genitori?».

Quanti anni aveva questo bambino quando fu fatta questa segnalazione?
«Doveva aver avuto sette anni. La cosa più incredibile è che ad oggi non frequenta la scuola. Alla faccia di quando ci hanno detto di aver chiuso i manicomi: si sono rinnovati sotto altro nome. Ma la sostanza non cambia. Il bambino è imbottito di farmaci, non riesce a parlare con la mamma o con la nonna e addirittura la consulente tecnica del tribunale non riesce a incontrarlo perché la comunità si oppone. Se questo non è un sequestro, o un manicomio per bambini, non saprei davvero come definirlo».

A sette anni si ha bisogno del contatto familiare, della madre, degli amici, della scuola. Sono intervenuti i servizi sociali? Chi ha portato là dentro un bambino?
«Sì, sono intervenuti i servizi sociali ma sempre attraverso un provvedimento del tribunale. Ma il tribunale dovrebbe prima capire, accertare, approfondire le modalità di una segnalazione e le sue cause».

Eppure questo non è il primo caso. Spesso è sufficiente la relazione degli assistenti sociali per togliere un bambino ai propri genitori. I giudici tutelari leggono quelle relazioni e ne prendono atto senza indagare. Perché?
«Siamo di fronte a un sistema malato. Non sappiamo quante case famiglia ci sono sul territorio, quanti bambini sono effettivamente affidati a questo servizio o quanti minori sono collocati nelle varie comunità. Non sappiamo quanto spendiamo, perché poi le case famiglia si autocertificano nel bilancio e quindi non sappiamo né quanto guadagnano né quanto spendono per i bambini. Il vero problema sta però nei tribunali perché è inconcepibile che una relazione di un'assistente sociale venga presa come oro colato dalla procura in primis e successivamente dal tribunale, che dovrebbe invece fare provvedimenti circostanziati, provati, oggettivamente ineccepibili. Non possiamo accettare provvedimenti che altro non sono che dei "copia-incolla" che mantengono addirittura gli stessi errori grammaticali delle relazioni degli assistenti sociali».

Torniamo sulla situazione di questo bambino. Lui si trova in una casa famiglia e la mamma non riesce a contattarlo.
«Non ci riesce neanche il consulente tecnico del tribunale perché secondo la comunità gli incontri sono nocivi con il bambino».

Quale status giuridico ha una comunità per poter decidere di bloccare l’operato di un consulente tecnico?
«Non ha nessuno status giuridico, il problema è che tutto questo viene avvallato dal tribunale. È mai possibile che un consulente tecnico d’ufficio non riesca, anche ai fini di una valutazione, a disporre un incontro tra la mamma e il bambino? Come è stata valutata questa situazione? Questo bambino che futuro avrà?»

Alla madre è stata tolta la potestà genitoriale?
«Eh si, è stata sospesa la genitorialità e addirittura è stato aperto un procedimento per capire se ci sono le condizione perché il bambino sia dichiarato adottabile. È ancora più grave: qual è la colpa di questa mamma single, che lavora in una struttura sanitaria? Che suo figlio sia iperattivo?»

Giuridicamente ora a che punto siamo?
«Stiamo aspettando il deposito di questa consulenza tecnica che naturalmente contesteremo in tutte le sedi perché non si può fare una valutazione senza mai incontrare il bambino. Come si fa a valutare una relazione tra mamma e bambino se mamma e bambino non si sono incontrati?».

Da quanto tempo la madre non vede il bambino?
«Più di un anno. Vorrei fare un appello pubblico anche al Ministro della Salute e al Ministro della Famiglia perché vadano a controllare nello specifico come è gestita questa comunità, come sta questo bambino. Si parla tanto di aiuto alla famiglia, ma quando una famiglia ha dei problemi i figli vengono sequestrati».

Tutto questo sta accadendo presso il tribunale dei minori di Torino. 
«Casi uguali nella forma si trovano a Milano, a Roma, a Venezia, a Bologna, a Napoli, Catania, Aosta. Parliamo per conoscenza diretta perché il nostro studio si occupa di queste vicende in tutta Italia».

Che lei sappia, questo strapotere degli assistenti sociali - che ci risulta tale a seguito di tutte le inchieste fatte - è tale anche nel resto d’Europa?
«Ci sono molte situazioni simili alle nostre, d'altronde i soldi hanno lo stesso profumo dappertutto. Quando noi pensiamo che attorno ai minori - e non sono dati certi, ma in difetto - ruotano più di 5 miliardi di euro l'anno, beh diventa un discorso economico. Tenga conto che le strutture che li accolgono sono private, hanno convenzioni con le varie amministrazioni. Il costo varia dai 70 ai 400 euro al giorno: è chiaro che è anche un modo per far soldi. Se un bambino costa 200 euro al giorno e la comunità ne ha dieci, la comunità riceve 2000 euro al giorno senza dover presentare un bilancio. E allora non è un caso che ci siano così tanti casi e altrettanti copia-incolla di provvedimenti e relazioni: o il giudice è incompetente o è in malafede. In entrambi i casi è un problema».

 

 

Marco Camilli

 

 

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