Valle d'Aosta: i 'prostituiti' della politica regionale alla 'ndrangheta

La sentenza del processo Geenna e quella 'classe dirigente spasmodicamente dedita alla ricerca di voti'

 

consiglio regionale

 

AOSTA. Dal vocabolario on line Treccani: Prostitüire, dal latino prostituĕre "mettere in vendita". Significa "Vendere, offrire, cedere in cambio di denaro o di altri favori ciò che comunemente si ritiene non possa essere oggetto di lucro o di calcolo interessato". 

Come il voto democratico.

Il verbo prostituire è riportato più volte nelle motivazioni della sentenza del processo Geenna del Tribunale di Aosta. Il collegio giudicante lo ha utilizzato per descrivere come ha agito la 'ndrangheta in Valle d'Aosta. O meglio, come ha agito in una parte della società valdostana: quella politica.

Istituzioni politiche 'prostituite'

Le frasi della sentenza che contengono il verbo "prostituire" si riferiscono infatti ad una certa classe politica. Riassumendo i contenuti delle intercettazioni e di venti anni di indagini sulla 'ndrangheta in Valle d'Aosta, i giudici dicono: la criminalità organizzata non è riuscita ad invadere il tessuto economico valdostano, ma è riuscita a condizionare la politica ai livelli più alti.

I giudici rievocano tentativi di estorsione a danni di imprenditori avvenuti in diversi anni "senza che, però, sia sortita, dal quel che è apparso, la voluta finalità di porre la società valdostana sotto il controllo della criminalità organizzata". Invece "il risultato che sembra ultimamente più ricercato, cioè quello di prostituire l'attività politica ad influenze esterne (politico-mafiose) è certamente stato per una notevole parte realizzato".

E ancora: l'associazione al centro del processo "non è certamente un'associazione priva di pericolosità", anzi è dedita all'"infiltrarsi nelle istituzioni politiche per prostituirle alle finalità di controllo e scambio di interesse del locale di 'ndrangheta".

Mercato del voto

Da una parte quindi esiste un "mercato del voto" che viene gestito "da pluripregiudicati, e da loro sodali i quali - rispetto a chi paventa pubblicamente e reiteratamente infiltrazioni della 'ndrangheta in Valle d'Aosta - prevedono che vi sarà chi provvederà a gonfiargli il muso". Dall'altra "uomini delle istituzioni" che "pur di conseguire un sempre più insicuro risultato elettorale, vi chiedono aiuto".

I giudici sentenziano un "indissolubile legame tra gli esponenti dell'associazione e molti politici locali, compresi quelli che sono qui imputati".

"Compresi quelli che sono qui imputati", ad indicare che l'azione della Giustizia non è conclusa, come dimostra l'invio alla Dda di Torino degli atti per valutare indizi di reato nei confronti di consiglieri regionali ed ex presidenti di Regione.

La Valle d'Aosta, "geograficamente ben lontana da realtà ove culture di stampo mafioso sono radicate, non è una tranquilla area montana ove si pratica sport, si gode della natura (più o meno) incontaminata e si vive con regolativo agio - come comunemente si crede (anzi, si credeva) - ma un luogo dove - invece - la 'ndrangheta è giunta ad articolare i propri tentacoli, anche occupando posizioni di potere nella vita politica regionale e di alcuni Comuni".

Tossicodipendenti del potere

Se questa infiltrazione è stata possibile, e con tempistiche anche piuttosto brevi, è anche grazie ad una "classe dirigente spasmodicamente dedita alla ricerca di voti", dicono i giudici. Grazie cioè ad alcuni politici che pur di essere rieletti, pur di continuare a contare qualcosa, erano (sono?) disposti a mettersi "alla ricerca del consenso con modalità così poco trasparenti e così contrarie al significato della libera espressione di voto in un Paese democratico".

Una politica quindi che non si avvicina nemmeno minimamente all'idea di servizio alla collettività, ma che per molti diventa uno strumento di potere irrinunciabile, un qualcosa da ricercare e ottenere in tutti i modi possibili. "Spasmodicamente", appunto. Come un tossicodipendente con la sua droga.

 

 

Marco Camilli

 

 

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