L’ennesima esclusione dai Mondiali rappresenta uno dei punti più bassi della storia recente del calcio italiano. La sconfitta ai playoff contro la Bosnia Erzegovina, arrivata ai calci di rigore, ha sancito la terza mancata qualificazione consecutiva alla fase finale, che quest’anno si disputerà tra Canada, Messico e Stati Uniti. Un risultato che ha acceso un dibattito profondo su ciò che non funziona più nel sistema calcistico nazionale. Ad ogni buon conto, anche qualora gli azzurri fossero stati presenti le previsioni dei media e delle scommesse sulle partite dei Mondiali difficilmente avrebbero dato molto credito all'Italia: ad essere favorite sono rappresentative come Spagna, Francia e Inghilterra, oltre all'Argentina campione in carica. Negli ultimi anni la Nazionale italiana ha perso anche contro avversarie abbondantemente alla portata. Dietro questo declino non c’è un solo fattore, ma una combinazione di criticità che si trascinano da anni e che oggi emergono in tutta la loro evidenza.
Il rapporto fra Club e Nazionale
Uno dei problemi più evidenti riguarda il rapporto tra squadre di club e Nazionale. Nel calcio moderno, gli interessi delle società sembrano prevalere su quelli delle selezioni nazionali, con una gestione dei giocatori sempre più orientata alla tutela degli investimenti economici. Lo dimostrano le dichiarazioni di qualche tempo fa da parte del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis e la proposta di far pagare parte dello stipendio dei calciatori alle nazionali. La priorità sono i club e, quando ci sono le pause per le selezioni, i calciatori arrivano spesso agli impegni internazionali affaticati, quando non addirittura indisponibili, a causa di calendari sempre più fitti e di una priorità evidente data alle competizioni per club. Questo limita la continuità del lavoro del commissario tecnico e rende difficile costruire un’identità di squadra solida e riconoscibile. Il risultato è una Nazionale che fatica a trovare equilibrio, priva di automatismi e spesso incapace di competere con le grandi potenze europee, dove invece il sistema appare più coordinato e funzionale.
Troppi stranieri in Serie A
Un altro fattore centrale nella disamina è rappresentato dalla composizione delle rose nei club di Serie A. Negli ultimi anni la percentuale di giocatori italiani è diminuita sensibilmente, lasciando sempre meno spazio ai talenti locali. Le società, spinte dalla necessità di ottenere risultati immediati, preferiscono spesso puntare su calciatori stranieri già pronti piuttosto che investire sulla crescita dei giovani italiani. Non è poi solo una questione di risultati ma puramente economica, dal momento che l’acquisto di un calciatore straniero risulta meno complicato e meno oneroso per una società calcistica italiana. Questo approccio, se da un lato può garantire competitività nel breve periodo, dall’altro impoverisce il bacino da cui la Nazionale può attingere. La conseguenza è evidente: meno italiani giocano ad alti livelli, meno possibilità ci sono di formare una rosa competitiva. Il confronto con il passato, quando il campionato italiano era un vivaio naturale per la Nazionale, rende ancora più chiaro il divario attuale.
Mancanze dei settori giovanili
Infine, un altro elemento fondamentale riguarda la difficoltà nel far emergere nuovi talenti. I settori giovanili, pur lavorando in molti casi con competenza, non riescono a garantire quel salto di qualità necessario per portare i migliori prospetti ai massimi livelli. La maggior parte delle squadre giovanili sono composte da giocatori non italiani. Un tempo, il sistema era in grado di individuare e valorizzare giocatori anche provenienti da categorie inferiori. L’esempio di Moreno Torricelli è emblematico: scoperto in Serie D, fu portato alla Juventus negli anni ’90 e diventò in breve tempo un protagonista assoluto, vincendo tutto. Oggi una storia simile appare sempre più rara, segno di un calcio meno coraggioso e meno disposto a scommettere sui propri talenti. Inoltre, la crescita e il miglioramento dei giovani non sembra essere la priorità per gli allenatori delle squadre giovanili, sottopagati e interessati nella maggior parte dei casi a mettersi in mostra e fare carriera. La crescita dei giovani richiede tempo, fiducia e un contesto favorevole, elementi che spesso mancano in un ambiente dominato dalla ricerca immediata del risultato. Senza un’inversione di tendenza, il rischio è quello di continuare a inseguire le altre nazionali senza mai colmare davvero il divario.


