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"Sedicenne violentata dalla famiglia": l'accusa dei servizi sociali della Valle d'Aosta basata su disegni e respinta dal giudice

  • Pubblicato: Venerdì, 20 Settembre 2019 10:46

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test rorschachAOSTA. Oggi vi proponiamo la testimonianza di Silvia, nome di fantasia di una giovane donna che durante la sua tormentata adolescenza ha rischiato di essere allontanata dalla sua famiglia per essere inserita in una comunità. Sulla base di disegni e vignette, una psicologa ed una assistente sociale avevano infatti scritto in una relazione che la madre e il suo compagno la violentavano. Ma non era vero.

Silvia, la tua storia inizia nove anni fa, quando avevi 16 anni.
«Esatto, a 16 anni. Andavo a scuola ad Aosta, ero una ragazza difficile, molto nervosa e se una cosa mi dava fastidio alzavo le mani. Finivo spesso in mezzo a risse, avevo spesso degli scatti di nervi e dopo un po' di denunce intervenne la polizia e mi disse che dovevo seguire un percorso psicologico».

Come si svolgeva questo percorso?
«Partecipavo ad incontri con una psicologa, ma sin da subito era presente anche una assistente sociale. Chiesi il perché ci fosse anche lei e mi risposero di non preoccuparmi perché «ora si usa così». Me la ricordo molto bene questa frase. Iniziai col fare alcuni test: dovevo creare una storia usando delle vignette e fare il test di Rorschach, quello con le macchie di colore. A me è sempre piaciuto disegnare, ho sempre avuto fantasia e ci vedevo un po' di tutto in quelle immagini. Mi chiesero anche di disegnare la mia famiglia e io disegnai mia madre sorridente che apriva la porta di casa. Poi mi dissero di disegnare qualcosa a caso e il feci il Sole e la Luna perché era un compito che avevo appena fatto a scuola».

Per quanto andarono avanti quegli incontri?
«Erano una o due volte a settimana, duravano un'ora o un'ora e mezza ed erano sempre basati su queste cose. Ogni tanto dialogavamo, ma più che altro facevo dei test. C'erano sempre la stessa psicologa e la stessa assistente sociale e ci incontravamo nella sede di corso Saint-Martin-de-Corléans. Vivevo molto male quella situazione e ho cercato di rimuoverla quindi non ricordo bene per quanto tempo è andata avanti. E' durata comunque dei mesi».

Questo percorso aveva modificato qualcosa nel tuo comportamento?
«No, non era cambiato niente».

La tua famiglia come reagiva al tuo comportamento?
«Mia madre e il suo compagno male, erano dispiaciuti e non capivano il perché mi comportassi così. Chiedevano di partecipare ai colloqui visto che ero minorenne, ma non li hanno mai fatti entrare. Alcune volte però hanno parlato con loro da soli».

Cosa ti diceva la psicologa durante gli incontri?
«La mia impressione è che cercasse un qualcuno a cui dare la colpa, come se volesse rigirare la frittata contro mia madre e questo fatto mi snervava. Mi chiedeva del rapporto che avevo con mia madre e il suo compagno, se mia madre mi faceva avere tutto, se mi rispondeva male, se mi dava da mangiare. Io in quel periodo non andavo d'accordo con loro. Non andavo d'accordo col mondo. Ma non mi hanno mai fatto mancare niente, abitavamo in una casa bellissima, avevo vestiti e tutto».

Ad un certo punto è arrivata una lettera
«Dopo l'ultimo colloquio mi diedero appuntamento per la volta successiva senza dirmi altro. Pochi giorni dopo arrivò una letterina verde a casa. Eravamo tutti convocati al Tribunale dei minori di Torino con accuse molto pesanti: violenza sessuale nei miei confronti da parte di mia madre e del suo compagno. Io rimasi scioccata. C'era anche la richiesta di togliere la potestà genitoriale a mia madre e di mandarmi in comunità fino a 21 anni».

Provasti a parlare con l'assistente sociale o la psicologa?
«No perché all'improvviso sospesero tutti gli incontri».

Come erano uscite fuori queste accuse di violenza?
«Erano venute da una relazione delle assistenti che io non ho letto. Ho solo letto quale era l'accusa su quella lettera. Comunque tutto sulla base di quei test».

E in comunità perché non fino ai 18 anni?
«Perché sarebbe stato troppo poco secondo loro».

Come hai reagito a quelle richieste?
«Con ansia, molta ansia. Avevo paura di aver detto qualcosa che non dovevo o di aver fatto intendere in qualche modo una cosa che non era vera. Mia madre era terrorizzata, se ne faceva una colpa. Visto che mancava alcuni mesi all'incontro a Torino capii che tutto dipendeva tutto da me e che dovevo iniziare a rigare dritto, quindi cominciai a studiare e a prendere bei voti a scuola».

Cosa accadde al tribunale dei minori di Torino?
«Il giorno dell'incontro il giudice mandò via il mio avvocato e parlò prima con i miei. Poi volle parlare da solo con me. Mi disse che aveva capito subito che non subivo violenze di nessun genere. Criticò fortemente la relazione della psicologa e dell'assistente sociale e gli bastarono due secondi per riconoscere che non ero certo una ragazzina traumatizzata. Gli feci vedere la pagella dei voti per mostrargli che ero migliorata negli studi. Mi chiese il perché del mio comportamento violento. Io sapevo quale era il motivo: non avevo conosciuto mio padre, non sapevo chi fosse. Il giudice rifiutò di togliere la potestà genitoriale e poi organizzò un incontro per farmi conoscere mio padre. Accadde un mese dopo».

Cosa è successo dopo?
«Dopo Torino né la psicologa né l'assistente si sono mai più fatte sentire. Sono sparite. Il rapporto con i miei invece è velocemente migliorato».

Cosa avresti detto loro?
«Che secondo me hanno sbagliato mestiere. Fare l'assistente sociale dovrebbe essere una vocazione. Alle future assistenti dico: pensateci bene perché se avete delle frustrazioni finirete con lo sfogarvi sugli altri e rovinare la vita alle persone».

Adesso sei sposata, hai un bel bambino e aspetti un secondo figlio.
«Sono una madre felice, sono contenta e sto bene. Ho anche ripreso i rapporti con mio padre grazie al giudice. Se le cose fossero andate come volevano loro, non so come sarebbe andata a finire. Ora non sarei di certo qui».

 

 

 

Marco Camilli

 

 

 

 

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