Coronavirus, il percorso difficile di una barista in Valle d'Aosta

 

Cafè de la PlaineGiada, da quanti anni lavora come barista?
"Sono nove anni, di cui sei trascorsi in questo bar". 

Qual era la situazione della sua attività prima della pandemia?
"Quando ho iniziato a lavorare in questo bar c'era una situazione ben definita a livello di concorrenza, poi le cose sono cambiate e i clienti sono un po' calati, ma lavoravamo comunque bene. Da noi vengono persone che lavorano negli uffici al piano superiore, gli utenti che si recano alla Cisl, altri arrivano dalle attività della zona e poi abbiamo i clienti fissi, giovani e pensionati".

Il bar è molto conosciuto per la "mucca" posizionata davanti alle vetrine
"E' stata un'idea di uno dei proprietari, mancato pochi mesi fa, che ha pensato di posizionare questa opera qui davanti. In questo modo ha reso riconoscibile il bar. Tutti sanno dov'è il "bar con la mucca", mentre quasi nessuno ci conosce come Cafè de la Plaine".

Parliamo della pandemia. Quando si è iniziato a parlare del virus, diciamo tra dicembre e febbraio, c'era consapevolezza della gravità della situazione?
"Secondo me no ed io per prima sono stata scettica fino all'ultimo. A livelli di incassi c'era stato un lieve calo tra dicembre, gennaio e febbraio, ma non so se legato al Covid o ad altro. Una settimana prima della chiusura ho preso coscienza della situazione. Il giorno precedente al lockdown avevo già preso la decisione di chiudere per qualche giorno perché c'erano già alcune misure sul distanziamento sociale, ma molti clienti non le rispettavano e dovevo riprenderli in continuazione. Quindi mi ero confrontata con i titolari per chiudere un paio di giorni e far calmare la situazione. Poi è arrivato l'ordine di chiudere".

Come ha reagito all'ordine di chiudere?
"I primi giorni sono crollata perché è stato un fulmine a ciel sereno. È vero che avevo già deciso di chiudere, ma pensavo solo per un paio di giorni e non certo a tempo indeterminato. Io inoltre lavoro tutto il giorno, arrivo a casa la sera alle 22 o alle 23 e non riesco a tenermi aggiornata costantemente su ciò che accade, così quando mi hanno detto che dovevamo chiudere tutto non si sa per quanto mi sono davvero preoccupata. Ho iniziato a chiedermi come avrei fatto a coprire i costi. Devo dire che sono stata molto fortunata rispetto ad altri perché i proprietari mi sono venuti incontro. Poi dalla preoccupazione sono passata alla rassegnazione: visto che la situazione era quella mi sono tranquillizzata, ma sempre con la preoccupazione dei costi da sostenere. Ho preso contatti con la banca e con il commercialista per tenere sotto controllo tutto".

Veniamo agli aiuti dello Stato e della Regione. Sono stati utili per lei?
"Non so come sia la situazione per altri, ma a me sono arrivati i contributi di aprile e maggio, inoltre ho chiesto i 25.000 euro dalla banca che mi sono stati accreditati in una decina di giorni. Mi è stato accreditato anche il contributo della Regione e l'aiuto a fondo perso dall'Agenzia delle Entrate sulla perdita di fatturato."

Questi contributi la aiuteranno a tenere aperta l'attività?
"Non sono risolutivi, ma è sempre meglio di niente. Certo si potevano fare le cose in modo diverso ma, dal mio punto di vista, una piccola mano l'ho avuta e tra Regione, Stato, Agenzia delle entrate e proprietà. Questo mi ha permesso di gestire i primi due mesi di ripartenza in modo un po' più tranquillo".

Rispetto al periodo precedente al lockdown, la clientela è tornata?
"Io lavoro come bar e come attività di ristorazione. A livello di bar il calo è attorno al 20%, però molte persone che lavoravano negli uffici e pranzavano qui adesso sono in smartworking quindi per la ristorazione siamo a - 70% , forse anche di più. Faccio ancora tanto asporto perché molte persone hanno paura di mangiare fuori casa".

Il barista è considerato lo psicologo di tutti. Da barista, qual è il polso della situazione?
"C'è chi è ancora preoccupato e ci sono i complottisti che mi dicono di togliere la mascherina perché tanto ci stanno prendendo tutti in giro. E poi ci sono i sostenitori del meglio prevenire che curare".

Lei in quale categoria rientra?
"Io sono una ragazza che ha un'azienda in mano e deve inventarsi qualcosa per tirarla su e recuperare la clientela quindi la questione Covid l'ho messa un po' da parte e mi concentro sull'azienda sperando che questo virus non causi altri disagi".

Se dovesse ripetersi il lockdown, cosa accadrebbe a lei e al suo bar?
"Mi auguro proprio che non accada. Sarebbe molto difficile riaprire dopo una seconda chiusura perché i danni sono immensi. Ma non credo che ci sarà un secondo lockdown".

La concorrenza si è inasprita adesso?
"Io mi trovo in un contesto particolare con un bacino di utenza piccolo e tante attività aperte. Adesso, dopo il riapertura, alcune hanno dovuto fare una scelta che ha aumentato la concorrenza mentre altre simili alla mia hanno chiuso. La situazione in sostanza è equilibrata".

Se potesse inviare un suo messaggio a tutte le persone, cosa direbbe?
"Direi di cercare di essere il più positivi possibile e di essere sereni perché c'è una soluzione. Solo alla morte non c'è, a tutto il resto sì. Bisogna lavorare e fare del proprio meglio. In qualche modo, prima o poi, tutti ce la faremo".

 

Marco Camilli 

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