L'intervento della dott.ssa Beoni, primario di Psichiatria e direttrice del Dipartimento di salute mentale dell'Usl
Annamaria Beoni, direttrice del Dipartimento di salute mentale dell'Usl Valle d'Aosta e primario della struttura complessa di Psichiatria. Notizia di questi giorni, emersa dal settimanale Gazzetta Matin, 12 suicidi in Valle d'Aosta in tre mesi. È un numero impressionante. Cosa ne pensa?
«Un numero impressionante che, le dico la verità, non ci aspettavamo. Sono andata ad analizzare un po' i dati. In genere abbiamo una collaborazione con la medicina legale - ci tengo a sottolinearlo perché i medici legali ci aiutano tanto in questo e cerchiamo di scambiarci le informazioni in tempo reale. Siamo rimasti tutti perplessi perché nell'ultimo anno abbiamo messo in campo tutta una serie di azioni a scopo preventivo: ambulatori psicologici per chi tenta il suicidio, ambulatori per chi ha perso un proprio caro, controlli telefonici. Questi tre mesi hanno rimesso in discussione tutto. Rimane però un nodo da sciogliere: quelle persone che magari conosciamo, ma che non sono mai arrivate al dipartimento di salute mentale per motivi sanitari. Questo cosa ci conferma che purtroppo il suicidio è un fenomeno sociale. Non tutte le persone che si suicidano hanno una problematica di tipo psichiatrico.
Lei ha detto giustamente che sono stati tanti. Sono 14 dall'inizio dell'anno, il vero numero di questi, e meno della metà erano noti alla nostra struttura. Più della metà dunque erano persone che non sono arrivate a noi. A me han colpito le storie. A fine anno farò poi una analisi più dettagliata con dei dati più precisi, però abbiamo anche persone che da fuori valle vengono in valle per mettere in atto un suicidio.
Mi chiedo: essendo un fattore sociale, fatto di situazioni varie, come possiamo intervenire? Abbiamo la situazione in cui la persona viene per salutare i familiari dopo una diagnosi infausta e poi mette in atto il suicidio. Abbiamo la condizione dell'anziano solo che perde l'autonomia, che non ce la fa più a vivere e non vuole andare in micro, rifiuta gli aiuti. Abbiamo avuto situazioni terribili che non sono arrivate alla ribalta di diversi anni fa di coppie che, insieme, hanno deciso di mettere fine alla loro vita. Non volevano aiuti e non se la sentivano più di andare avanti. Quindi è veramente un fenomeno sociale. E poi, l'ultimo dato di cui vorrei parlare, è il caldo. Questi ultimi casi sono tutti concentrati tra giugno, luglio e agosto, tre mesi con temperature altissime. Sono andata a documentarmi: effettivamente studi del Messico, degli Stati Uniti, del Giappone dicono che nei periodi di caldo i suicidi aumentano. Ci sono dati di letteratura che indicano in un aumento di 1 grado rispetto alla normale temperatura un aumento dell'1,5% del tasso di suicidi nella popolazione non psichiatrica e del 5% nella popolazione psichiatrica. Ecco, questo è un aspetto che mi ha aperto un nuovo varco di analisi e ricerca».
Ecco, torniamo all'aspetto della solitudine. Abbiamo pubblicato un articolo nel mese di agosto sugli uffici "vuoti" delle strutture che si occupano di assistere persone con fragilità. Che quindi rimangono sole.
«È il grosso problema della carenza di personale. Se io se lei mi chiedesse qual è il problema principale del suo dipartimento, io le direi proprio questo: la carenza di personale. Da un lato ci viene richiesto, giustamente, di garantire le ferie durante il periodo estivo a tutto il personale, d'altro canto ci ritroviamo però con il problema che, chi rimane, si trova sovraccarico di lavoro. Mi immagino magari l'assistente sociale che deve coprire anche il lavoro della sua collega in ferie. Tutto questo può comportare una maggiore stanchezza, una maggiore difficoltà. Sappiamo che quando ci sono questi criteri di stanchezza, di difficoltà, di affaticamento, di sovralavoro, a tutti noi qualcosa può sfuggire».
Abbiamo ricevuto e-mail, commenti e reazioni da quando ho iniziato questa inchiesta. Mi ha colpito il commento di una persona che afferma di ammirare le persone che si tolgono la vita perché è un atto di coraggio e di libertà. Lei come risponderebbe a questa affermazione?
«Un giudizio sul suicidio generale non si può dare. Ne esistono di tanti tipi, ad esempio il tema del fine vita che comprendo, nel senso che per alcuni di noi convivere con malattie gravissime e invalidanti - non lo dico per sentito dire, ma lo dico per esperienza diretta nel mio lavoro - ovviamente è drammatico. Quindi, se parliamo di suicidio assistito in certe condizioni, personalmente, mi assumo la responsabilità di quello che le sto dicendo, sono favorevole.
Se mi parla di suicidio in una condizione psichiatrica dico di no: è una malattia, c'è un quadro clinico e il paziente, magari con un disturbo bipolare in fase depressiva, pensa al suicidio. Ma quando quel paziente viene curato da quell'episodio depressivo, si pente di aver pensato al suicidio ed è contento di essersi "salvato", tra virgolette. Il suicidio dell'anziano solo desta tanta commozione: persone che magari han dedicato tutta la vita ai figli oppure al lavoro, che hanno fatto tante cose e, nell'ultima parte della loro esistenza, la loro fragilità li porta a pensare di finirla prima. E lì noi, come istituzioni, dovremmo esserci ed esserci anche più forti, per poter garantire a queste persone una vita dignitosa, anche se non completamente autonomi. Mi piace molto l'idea di queste strutture un po' alberghiere, dove ogni ogni anziano autosufficiente ha la sua stanzetta e tutti si ritrovano per mangiare insieme. Abbiamo inoltre le microcomunità per i non autosufficienti.
Sul fatto che ci voglia molto coraggio, credo che sia vero. Ho parlato con tante persone che hanno tentato e che si sono salvate e a loro ho chiesto di questa cosa. Mi è stato detto che, di solito, i giorni precedenti pensano ripetutamente a farla finita e questa cosa dà loro tanta angoscia. Quando realizzano il modo in cui farlo, si tranquillizzano e lo mettono in atto.
Però ci sono anche, e questo soprattutto nei giovani, certi comportamenti impulsivi: un ragazzo che magari sta andando a bere l'aperitivo con degli amici, non posso pensare che sia uscito pensando di uscire con gli amici e di suicidarsi per strada. In questi casi arriva come un "click", una dissociazione, dove la persona prende la decisione e la concretizza. Ecco, questo ho molta difficoltà a capirlo. So che esistono queste situazioni, ma non riesco a farle "mie". In questi casi si tratta veramente di imprevedibilità».
Lei cosa direbbe se incontrasse un ragazzo che sta per togliersi la vita? Cosa è possibile dire per evitare questo gesto?
«Mi è capitato anni fa di essere chiamata sul ponte di Saraillon. C'erano i vigili del fuoco e lo psicologico dell'emergenza e hanno chiamato anche me che ero di guardia. Questo ragazzo si trovava all'esterno del viadotto, si teneva con due dita delle mani e la punta delle scarpe. In genere in questi casi bisogna creare una relazione, presentarsi non come la dottoressa Beoni ma come Annamaria, cominciare a parlare, cercare di capire il perché di quella situazione. E poi far sentire alla persona che non è sola. Questo ragazzo è rimasto a parlare con noi per quattro ore in quella posizione».
La solitudine sembra essere la chiave del discorso.
«La solitudine è tremenda. È qualcosa che spegne, che annulla. A volte anche chi è vicino non se ne rende conto».
A questo punto le chiedo come è finita con il ragazzo del viadotto?
«Bene. In quelle quattro ore ci siamo fatti raccontare un po' la sua vita, che ricordo lucidamente. In quel caso c'era una problematica di natura psichiatrica: era convinto che le persone volessero fargli del male e mi ha raccontato che era venuto proprio per chiedere aiuto e farsi salvare, però in una condizione pericolosissima. Quindi in quel caso c'era proprio una problematica psichiatrica. Alla fine, con l'aiuto dei vigili del fuoco, siamo riusciti a farlo spostare piano piano e portarlo in salvo. L'abbiamo poi ricoverato e tenuto qua prima di rimandarlo dove risiedeva per la prosecuzione delle cure.
Se posso permettermi, per noi in questo caso è stato un po' più facile, perché aiutare un paziente con una problematica psichiatrica è più "semplice"».
Marco Camilli
