La megalomania del male e del potere

Paolo VI, «la politica è la più alta espressione della carità»

 

Egomnia

Entrando nel palazzo Roncas di Aosta, il primo affresco che si incontra sulla volta del soffitto è il mito di Icaro: avvicinatosi troppo al Sole, le sue ali si sciolsero provocando la caduta e la morte.

Abbiamo avuto modo di leggere la richiesta di archiviazione del processo Egomnia che in questi giorni ha condizionato, o almeno così sembra, scelte politiche.

Dopo la legittima soddisfazione degli imputati, per cui è terminato un periodo difficile, l'UV ha reclamato la presidenza per Renzo Testolin, che a causa dell'inchiesta non era stato scelto come presidente della Giunta nonostante fosse il candidato con il numero maggiore di voti alle elezioni del 2020.

Si è scatenato un dibattito basato sull’opportunità o meno della scelta ed Erika Guichardaz in una seduta del Consiglio regionale aveva sollevato "La questione Morale" oggetto di una intervista di Enrico Berlinguer al quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari nel 1981. Il ricordo della problematica ha fatto ben sperare che nel mondo politico valdostano sia iniziato un dibattito o quanto meno una verifica sul modo di fare politica.

Fare politica, quindi mettersi al servizio della nazione o di una comunità per il bene comune, amministrare bene perché tutti i cittadini possano avere quello che serve per il buon vivere. Per usare un concetto espresso da Pio XI durante l’udienza ai dirigenti dell'Università Cattolica il 18 settembre 1927 e ripreso da papa Paolo VI in un discorso per il 25° anniversario della fondazione della FAO nel novembre 1970 : «la politica è la più alta espressione della carità», carità intesa come atto d’amore gratuito.

Forse questo concetto è una pia utopia, un pensiero romantico lontano anni luce dalla realtà. Romantico è anche il pensiero che i politici dovrebbero essere giudicati dagli elettori per il loro operato e non tanto per la loro capacità di persuasione e capacità di raccolta di consensi, bensì per la loro capacità di circondarsi di collaboratori capaci ed efficienti senza un diffuso clientelismo.

Tornando alla richiesta di archiviazione di Egomnia, il P.M. sottolinea che le elezioni regionali del 2015 e del 2018 erano state condizionate dall'opera di raccolta di voti da parte del locale della ‘ndrangheta i cui imputati sono stati condannati da due tribunali (allo stato ancora presunti innocenti avendo fatto ricorso alla Suprema Corte che si pronuncerà il 23 gennaio prossimo).

Le elezioni del 2015 sono già state giudicate nel processo Geenna dove era stato processualmente acquisito il fatto che l'intento del locale era il controllo della politica locale. Quelle del 2018 erano invece oggetto dell'inchiesta Egomnia che ha sì accertato il medesimo interesse, ma non ha reperito la prova dello scambio. La richiesta di archiviazione termina amaramente con: «In altri termini anche le contingenze investigative e cautelari dell'indagine "madre" le cui misure cautelari ovviamente avevano un impatto considerevole sulla situazione in Valle d'Aosta, anche solo impedendo ai soggetti attinti dalle misure cautelari di perpetuare quei contatti ampiamente emersi nel corso delle indagini svolte nel presente procedimento. Non vi era stato, dunque, materialmente il tempo … perché si manifestassero e potessero essere apprezzati quei comportamenti sintomatici, in termini di utilità procurate, di disponibilità manifestata, di un accordo preesistente alla competizione elettorale, con candidati sostenuti ed eletti, così assurti a cariche elettive in seno alla Regione Valle d'Aosta, e quanto accaduto nel gennaio 2019 (esecuzioni custodie cautelari n.d.r.), per ovvie ragioni, elideva alla radice la possibilità che tali comportamenti sintomatici potessero verificarsi in seguito». Letto attentamente non ha bisogno di ulteriori commenti.

Nell'analisi del processo, il P.M. fa luce su una persona, un pensionato molto attivo nel procacciamento di voti che viene definito appunto un "procacciatore di voti" quasi fosse una professione. E fu lui ad indicare la pizzeria di Raso Antonio e i fratelli Di Donato quali collettori sicuri di un buon numero di voti perché in quella pizzeria «ci vanno tutti eh…». Quindi se ci vanno tutti...

Un altro procacciatore i voti era avvicinato da un politico. Durante una loro riunione il gruppo di persone che si rendeva disponibile ad appoggiare il politico alla notizia che costui si era rivolto a Prettico ritiravano la disponibilità perché «la cosa diventava problematica trattandosi di "cose di malvivenza"». Viene da sé che quell'ambiente era conosciuto per quello che era, allo stato delle carte, dai politici che non erano andati solo per mangiare una pizza.

Quella pizzeria era già emersa durante l'inchiesta Tempus Venit, dove erano venuti fuori altri procacciatori di voti e davanti a quella pizzeria erano stati documentati interessanti incontri nonché fotografato un presidente della Regione in colloqui con Antonio Raso.

Antonio Raso nel tempo si era illuso di essere diventato il fulcro della politica e della società di Aosta. Nella sua pizzeria di pasteggiava a pizza, bistecche impanate e politica. Si era inventato una grande Kermesse alla quale avrebbe dovuto partecipare il presidente della Regione Calabria e il presidente della Valle d'Aosta e quindi lui sarebbe salito agli altari della mondanità della Valle e della Calabria. Nel tentativo di tessere sempre maggiori amicizie influenti aveva costituito con quattro amici la loggia massonica San Firmino 1 che faceva capo a un’obbedienza massonica calabrese, nonché la costituzione di una commanderia di cavalieri templari tanto per circondarsi di un’aurea di nobile cavalleria.

Non aveva tutti i torti: presidenti della Regione, navigati politici bussavano alla sua porta e a quella dei suoi collaboratori per chiedere e ottenere voti. Questi procacciatori di voti sono quelli considerati dal procedimento penale perché su di essi gravavano indizi di colpevolezza. Tante altre figure sono poi emerse: bottegai, impresari, sarti e barbieri che erano corteggiati come belle donne da politici o aspiranti tali. Incontri semi clandestini in cantine, riservati ristoranti o agriturismi lontano da occhi indiscreti dove parlare... di politica, programmi?... No, semplicemente fare conteggi di voti. Quelli interessano perché sono i consensi che permettono di sedersi sulle poltrone e quindi godere del potere. Altro che "espressione della carità".

Insomma, il reato di scambio elettorale è molto difficile da provare e come scrive il PM è mancato il tempo perché si concretizzarsi… forse.

Auspichiamo che questa vicenda sia motivo di riflessione per comprendere le modalità di fare politica e perché no essere una Regione virtuosa che insegna all’Italia intera come si fa politica.

 


Paolo Alessandro Garberoglio

 

 

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